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Recensione :: Romanzo :: Anharra – Il trono della follia

Copertina di Anharra Il trono della follia Titolo originale: Anharra, Volume 1 – Il trono della follia
Autore: J.P. Rylan
Anno: 2006
Nazione: Italia
Lingua: Italiano

Casa Editrice: Mondadori
Collana: Omnibus
Genere: Fantasy
Pagine: 297
Prezzo: 18 euro (hardcover)

Oggi nelle reti ho trovato un nuovo Gambero. Arr, un Gambero sospetto come un pesce con tre occhi. E’ un romanzo scritto da un tale J.P. Rylan, pseudonimo costruito a tavolino con Mondadoriana arte per stuzzicare il lato anglofono dei giuovani italiani con richiami fantasy (Rylan farebbe la sua bella figura in qualche romanzaccio anglosassone) e con quel J.P. che ricorda un certo J.R.R. Tolkien e anche un certo R.R. Martin piuttosto conosciuti dal pubblico. Senza dire che J.P. Rylan ricorda anche J.K. Rowling. Arr.

Navigando per i mari di internet si trovano più commenti sull’identità dell’autore che sull’opera e già questo basterebbe a fare venire qualche sospetto sulla qualità della seconda. Quanto all’autore si può dire poco, per ora, se non che J.P. Rylan è lo pseudonimo di uno scrittore di thriller di fama internazionale, come recita la copertina.
Aggiungerei che è italiano data l’assenza di un traduttore e di una versione straniera precedente del libro: la possibilità che un autore anglosassone di fama internazionale venga a pubblicare il suo primo fantasy in Italia è piuttosto ridicola e ancora di più che abbiano omesso il traduttore. Arr, diamo quindi per certo che l’imbrattacarte sia italiano.

Passiamo alla quarta di copertina:

Vemerin era un sovrano saggio e benvoluto, ma l’ambizione e il desiderio di sapere, di vedere oltre ogni limite, lo avevano corrotto. Vemerin si era offerto alle forze delle Tenebre per ottenere il potere assoluto sui vivi e sui morti. Da quel momento in poi, il suo regno era stato popolato solo da un orrore indicibile. Trenta secoli dopo, un ragazzo e un vecchio sono in viaggio nelle terre del Vuoto, sulle tracce di colui che porta sul corpo una mappa incisa nella carne, l’unica che permetta di trovare Anharra, la città perduta di Vemerin: Anharra, che si racconta ricca di tesori e segreti. Il giovane è Vargo, guerriero di una dinastia di guerrieri, che ha perso tutto per amore. L’altro è Amnor, una volta medico dell’Imperatore e torturatore di corte, in fuga da quando ha bruciato la preziosissima Biblioteca del Palazzo, con tutto ciò che era conservato nella Sala Negata.
Solo se raggiungeranno Anharra potranno sperare di trovare ciò che cercano: Vargo il perdono per le sue colpe, e Amnor il dono della conoscenza ultima, di ciò che esiste oltre la fine della vita.
Ad accompagnarli nel loro viaggio, due ragazze bellissime ed enigmatiche, Shanda e Khaima, del Cerchio delle Sgualdrine. Ma sono complici o nemiche? E dietro di loro, qual è lo scopo della Signora Rossa che le comanda?
Intanto Nester, la stella dell’annuncio, è sorta e brilla alta nel cielo. Vemerin il re pazzo sta per tornare, il suo tempo è giunto. Una guerra si prepara nelle terre del Vuoto.
E ognuno dovrà compiere una scelta.

Il vecchio saggio, il guerriero onorevole e tormentato, le bellissime fanciulle misteriose e una città leggendaria da esplorare. Basterebbe questo a catalogarlo come l’ennesimo romanzo costruito col copia-e-incolla come i libri erotici per i prolet di 1984, ma proseguiamo dando una chance a questo J.P. che, per come si è gettato dal thriller al Fantasy cavalcando l’onda della moda, poteva pure farsi chiamare G.P. (General Purpose) Rylan o direttamente Jeep Rylan, arr.

La storia è ambientata, come da tradizione di Howardiana memoria, in un passato mitico e preistorico del pianeta Terra. L’autore stesso ci ricorda, tanto per rassicurarci che la cartina ci è parsa famigliare con buon motivo, che più volte la Terra è stata colpita da catastrofi e mutamenti che hanno innalzato, spostato, ribaltato e condito con molta mostarda i continenti. Spruzzata finale di ribaltamento periodico dei poli magnetici tanto per gradire.
Ma dove è ambientato Anharra, allora? Non certo in Aspromonte o in provincia di Brescia.
Guardate un po’ da voi se vi pare famigliare il posto:

Mappa di Anharra L’Asia mi sta sulle palle
La mappa di Anharra girata Indovina un po’ cosa è…

Si notano bene quelli che “diverranno” la Mongolia, la Siberia, la Corea e la Cina. In mare vediamoTaiwan, un pezzo di Filippine e le isole più meridionali dell’arcipelago Giapponese (ancora parzialmente immerse).
Seguendo le concavità abbozzate sulla mappa (che è priva di unità di misura) possiamo supporre che l’Impero sia localizzato in Siberia. Ho letto che l’autore pare essersi ispirato a non-so-quali-teorie su un’antica civiltà siberiana preistorica esistita quando il clima locale era ancora mite, prima delle glaciazioni successive.
Niente di eccezionale come idea: Howard 70 anni prima aveva popolato la sua Era Hyboriana preistorica con popoli e miti rastrellati dalla storia e dalle leggende, come i Cimmeri che nei miti greci vivevano in una terra dove non sorgeva mai il sole.
Un’idea classica, senza infamia né lode, quella di evocare un passato mitico del pianeta.

L’Impero è appena abbozzato e si presenta come il classico Impero da libro Fantasy: corrotto, cattivo, militarista. Insomma, senza molto spessore. La Torre delle Sgualdrine, idea che di per sé non era cattiva, non pare avere molto senso, in particolare quando si scopre quale era la missione delle due inviate. Sembra più messa per evocare immagini di Fantasy old style, dove le donne sono tutte puttane o guerriere: qui sono entrambe assieme.

Le due sgualdrine, Shanda e Khaima, sono delle macchiette senza spessore capaci solo di lanciare strilli di orrore, dare vita a intermezzi lesbici, flirtare con Vargo e fare i capricci.
E strillano ogni poche pagine: strillano se sono sorprese, strillano se hanno paura e strillano se sono contente. Scommetto che strillano anche mentre cagano. Il loro stesso atteggiamento pare poco coerente: prima appaiono terrorizzate dagli “orrori” visti, poi in meno di un minuto stanno già rovistando tra i medesimi orrori da voltastomaco in cerca di amuleti e collane, fregandosene di maledizioni, trappole o del pericolo corso, troppo prese dal lanciare acuti gridolini di felicità mentre si contendono oro e gemme sotto lo sguardo torvo di Amnor. Tanto per precisare, la loro missione segreta per cui sono state inviate dalla potentissima Torre delle Sgualdrine è proprio rubare un po’ di gemme e goielli, come si scopre nel volume II… agghiacciante. Gli stessi personaggi maschili, Vargo e Amnor, passano più tempo a sgridare per la loro frivolezza le due sgualdrine che a fare altro. Concezione maschilista dei personaggi femminili, arr, palesemente studiata per stuzzicare i lettori adolescenti sfigurati dall’acne, pubblico tipico a cui si rivolge l’opera.

Vargo è un eroe silenzioso, tormentato dal ricordo degli amici morti e dell’amore perduto. Tormentato per tutto il libro, sempre. Inoltre sembra affetto da una sorta di amnesia selettiva, per cui dimentica casualmente vari dettagli permettendo allo scrittore di farglieli “ricordare” da Amnor. Per esempio a inizio libro Vargo, che ha passato tutta la vita nell’esercito imperiale fino a diventare capitano della stessa guardia di palazzo, non sa che ai soldati viene somministrata una bevanda drogata per aumentare il loro coraggio e non far sentire il dolore. Lo sanno tutti, incluse le reclute in mezzo alle quali si è infilato, ma lui che è stato tutta la vita in quell’ambiente non se lo ricorda. La cosa si ripete con i carri che trasportano le macchine d’assedio (il Pugno dell’Imperatore) che Vargo pare non riconoscere. Insomma, un camuffamento stupido per giustificare l’inserimento di dettagli che il lettore non conosce e che lo scrittore vorrebbe fargli scoprire, ma non ci vuole molto a capire che un autore più abile l’avrebbe saputo fare molto meglio.
Naturalmente Vargo è anche un Maestro di Spada che padroneggia il settimo livello di lotta, ovvero il Combattimento con le Ombre, e porta sulla fronte una cicatrice che lo rende speciale: Vargo del Nulla, l’uomo atteso dalle Leggende. Ohhhh, come è dannatamente unico ed eroico. A me sembra solo molto noioso e stereotipato.

Amnor è affetto anche lui da un psicologia appena abbozzata, fatta di stereotipi mescolati con il mixer da cocktail. E’ una sorta di anti-Gandalf: anziano e saggio, ma crudele e parzialmente corrotto dal Male a causa della sua sete di sapere. Il personaggio di per sé poteva anche essere interessante, ma è stato gestito male come tutti gli altri spunti promettenti dell’opera.

Anharra stessa, la Città dove i vivi e i morti si incontrano, che pare tanto promettente prima di arrivarci si riduce a un abbozzo di Città-Necropoli degna di un videogioco o di un fumettaccio. L’orrore cosmico di Lovecraftiana memoria che viene promesso fin dall’inizio si risolve in qualche miserabile dettaglio macabro malriuscito. La Città stessa è poco credibile anche nei dettagli più banali: ad esempio si parla di meccanismi tecnologici fatti di leve, ruote dentate e molle, non di magia, eppure dopo tremila anni di abbandono funziona ancora tutto con tanto di olio che lubrifica ancora ogni componente della colossale porta che conduce alla Tomba di Vemerin.
Se avesse usato la magia come scusa per il funzionamento dei marchingegni sarebbe stato più credibile.

I Deus Ex Machina pure si sprecano: casualmente trovano una barca (ma non per gamberi!) capace di navigare le sabbie che vaga da tremila anni, sola soletta, in un deserto più grande della Cina. Si muove spostata dal vento e loro ci incappano per puro caso, proprio quando i loro cavalli sono allo stremo e non sanno come proseguire. Che fortunelli, eh? Non cito gli altri deus ex per non togliervi del tutto la voglia di leggerlo.

Il libro stesso, primo di una (forse) Trilogia, si conclude con un codazzo di morti che inseguono gli eroi: mancava solo la musichetta del Benny Hill Show per coronare la scena come merita.

Di positivo c’è che l’autore non scrive male: il libro è scorrevole e piacevole da leggere, accende anche una certa curiosità nel lettore che vuole sapere quanto i protagonisti cosa ci sia di tanto misterioso e oscuro in Anharra, ma alla fine le premesse positive vengono tradite da una storia troppo spesso banale e mal sviluppata. Un’altra nota positiva può essere che l’autore non si perde mai dietro le inutili descrizioni paesaggistiche che tanto affliggono il Fantasy… ma il problema è che spesso descrive così poco che diventa difficile seguire bene le vicende o capire quale sia l’ambiente circostante. Non fa immergere il lettore negli avvenimenti.

In conclusione l’idea di partenza di Anharra era buona e lo scrittore sa scrivere, ma l’opera in sé sembra buttata giù tanto per scriverla senza curare personaggi, ambientazione o trama, come se il lettore fosse tanto stupido da non accorgersene. Deludente, ma c’è anche di peggio.


Approfondimenti:

bandiera IT Sito dedicato ad Anharra

Giudizio:

Evita descrizioni paesaggistiche inutili… +1 -1 …ma spesso è troppo sintetico e poco chiaro nelle descrizioni.
Anharra è una bella idea di fondo… +1 -1 …ma Anharra alla fine tradisce le aspettative.
Ci sono parecchie scene truculente… +1 -1 …ma le scene truculente sono spesso fini a sé stesse.
-1 Situazioni poco credibili e mal gestite.
  -1 Personaggi abbozzati e stereotipati.

Edit 20/8/2007: voto corretto a -2 per coerenza con le recensioni che verrano prodotte in futuro… il parametro abbattuto è stato “+1 in fondo l’ho letto tutto” ereditato dalla recensione di Geshwa Olers. Si salva dal -3 solo perché io adoro le storie che girano attorno ai morti viventi e cose simili, per cui l’idea della città di Anharra mi aveva colpito.

Scritto da GamberolinkCommenti (2)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni