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Lorelei & Le Armi Segrete del Terzo Reich!

Qualche giorno fa, tra il caos di commenti ai romanzi della Troisi, è emersa una discussione sulle armi bizzarre dell’antichità.
Alcune di queste armi sono celeberrime e ormai entrate a far parte dell’immaginario collettivo, per esempio il misterioso Fuoco Greco, la sostanza incendiaria che continuava a bruciare a contatto con l’acqua, la cui formula rimane un segreto, oppure gli Specchi Ustori, usati da Archimede per dar fuoco alla navi romane che assediavano Siracusa.

Fuoco Greco
Il Fuoco Greco era una delle armi della marina dell’impero bizantino

Ma armi bislacche e misteriose compaiono in ogni epoca, dato che la necessità aguzza l’ingegno e la guerra ha sempre imperversato. Perciò non sembra strano che uno dei periodi più floridi per l’invenzione di armi siano stati gli anni della Seconda Guerra Mondiale e il periodo immediatamente precedente. In particolare gli scienziati e gli ingegneri nazisti si sono guadagnati l’ammirazione e lo sdegno del mondo per i loro progetti, alcuni assurdi, altri geniali. Assurdo e geniale sono ottima compagnia per ogni scrittore, specie scrittore di narrativa fantastica, dunque è il caso di parlare delle Armi Segrete del Terzo Reich!

In più, uno dei film giapponesi che da tempo volevo recensire è basato proprio sul concetto che i nazisti fossero riusciti a sviluppare un super sottomarino, più all’avanguardia di un’astronave!

Di seguito la recensione del film Lorelei: The Witch of the Pacific Ocean, chi non fosse interessato alla cinematografia nipponica può saltare subito alle armi segrete.


Locandina di LORELEI Titolo originale: LORELEI
Titolo inglese: Lorelei: The Witch of the Pacific Ocean
Regia: HIGUCHI Shinji / Cellin Gluck

Anno: 2005
Nazione: Giappone
Studio: Toho
Genere: Guerra, Fantascienza, Sottomarini
Durata: 2 ore e 8 minuti

Lingua: Giapponese / Inglese
Sottotitoli: Inglese (per le parti in giapponese)

Il 6 agosto 1945 gli Americani sganciarono la prima bomba atomica su Hiroshima. Il 9 agosto colpirono Nagasaki, e il 15 agosto il Giappone si arrendeva.
Lorelei parte dalla premessa che gli Americani avessero pronta una terza bomba atomica, e intendessero sganciarla su Tokyo l’11 agosto. Ma i Giapponesi hanno un’arma segreta, l’I-507, un super sottomarino donato dai nazisti agli alleati nipponici prima della disfatta.

Trailer di LORELEI

Lorelei è un film che in occidente sarebbe considerato “politicamente scorretto”. Nel film non c’è alcuna condanna né della guerra, né della condotta dell’Impero Giapponese. I “buoni” sono fanatici nazionalisti, i “cattivi” sono gli Americani e altri fanatici nazionalisti. Non solo, anche i nazisti sono mostrati in una luce favorevole, tanto che un personaggio esclama: “Il capolavoro della tecnologia nazista è la nostra ultima speranza!”, e non capita tutti i giorni di sentire battute del genere!
Guardando il film si ha come la sensazione di essere scivolati in un universo parallelo, come quello descritto da Philip K. Dick ne La Svastica sul Sole.

La Svastica sul Sole
The Man in the High Castle (La Svastica sul Sole)

In contrasto con la filosofia di fondo c’è la realizzazione, di stampo hollywoodiano. Lorelei non si pone problemi a saccheggiare tutti i cliché riguardanti i film di sottomarini, dal Capitano che porta la nave a profondità eccessiva per sfuggire ai nemici (“oddio lo scafo non reggerà!”), all’ammutinamento, al sacrificio eroico dell’ufficiale con famiglia, ecc. ecc. Facendo un copiaincolla di scene dai film di sottomarini degli ultimi anni (film come The Hunt for Red October, Crimson Tide o K-19: The Widowmaker) si può ricostruire il 90% di Lorelei.
Sotto questo punto di vista Lorelei è solo una copia mediocre di modelli americani. Però il restante 10% di originalità è originalità deliziosamente nipponica, in puro stile anime!
Infatti il cuore del super sottomarino è il Sistema Lorelei, un radar in grado di fornire informazioni accuratissime su ogni oggetto in superficie e sommerso nel raggio di 120 miglia, e di guidare gli armamenti di bordo con precisione assoluta. Il radar funziona grazie ai poteri extrasensoriali di una ragazzina giapponese!

Paula Atsuko Ebner
La ragazzina, Paula Atsuko Ebner, è collegata e pronta all’azione!

In realtà ragazzina tedesca di origini giapponesi, sottoposta agli esperimenti nazisti per il miglioramento della razza umana, ha sviluppato tutta una serie di poteri ESP (e ha imparato a cantare). Da notare che nessuno dei personaggi pare scandalizzato o senta il bisogno di argomentare contro la sperimentazione sugli esseri umani.

Il regista di Lorelei è HIGUCHI Shinji, che tra gli altri ha diretto Nihon Chinbotsu (Japan Sinks) un film catastrofico sull’inabissamento delle isole giapponesi, una via di mezzo fra Deep Impact e The Core.
Il signor HIGUCHI dimostra un certo talento per le scene d’azione, ma anche una scarsa capacità di concentrarsi sull’essenziale: sia Lorelei sia Japan Sinks sono lunghi almeno 20 minuti di troppo.

Locandina di Japan Sinks
Locandina di Japan Sinks

Gli attori fanno tutti il loro dovere, ma certo non c’è nessuno che si possa avvicinare allo Sean Connery nella parte del Capitano Marko Ramius dell’Ottobre Rosso.
Gli effetti speciali sono ottimi per quanto riguarda il Sistema Lorelei, con il suo design retrofuturistico, un po’ meno quando si tratta dei combattimenti: è troppo evidente che navi, sottomarini ed esplosioni sono fantasmi CG.

In conclusione Lorelei è un discreto film d’azione. Penso possa piacere agli appassionati di anime e a quelli di film con i sottomarini, se non troppo esigenti in fatto di realismo (oltre alla ragazzina con poteri ESP, quasi ogni particolare tecnico o militare è inverosimile).
Credo Lorelei sia anche interessante dal punto di vista culturale: un film di guerra, per certi versi quasi di propaganda, dove però gli Americani sono i cattivi, non è facile trovarne al giorno d’oggi. Vent’anni fa Lorelei avrebbe fatto furore in Unione Sovietica!

* * *

Curiosità militare: l’I-507 pare ispirato a un sottomarino che ha realmente solcato i mari, solo non era un sottomarino tedesco, bensì il francese Surcouf.

Surcouf
Sottomarino francese Surcouf

I-507
Sottomarino tedesco I-507

Curiosità mitologica: Lorelei è il nome di una ninfa germanica abitante presso il fiume Reno. In maniera simile alle sirene, la ninfa con il suo canto attirava i marinai, causando il naufragio delle imbarcazioni. È probabile che le manie canterine della protagonista siano legate a questo aneddoto.

 

Giudizio:

Stile animoso. +1 -1 Realismo degno di un fantasy italiano.
Il retrofuturistico Sistema Lorelei. +1 -1 CG nei combattimenti pessima.
Diverse divertenti scene d’azione. +1 -1 Troppo lungo.
L’inversione delle parti è interessante… +1 -1 …ma a qualcuno potrebbe non piacere pensare che i nazisti siano fra i “buoni”.

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Le armi del Terzo Reich, anche rimanendo nell’ambito dei progetti più curiosi, è argomento vastissimo, tanto che ci sono decine di libri dedicati all’argomento. Perciò mi limiterò a una carrellata delle idee più folli o interessanti.

Sonnengewehr

L’arma definitiva, che, una volta completata, avrebbe permesso al Terzo Reich di dominare incontrastato su tutta la Terra! Stiamo parlando del Cannone Solare!!!

Nel 1929 lo scienziato tedesco Hermann Oberth (professore di Wernher von Braun), nel suo libro Wege zur Raumschiffahrt (Ways to Spaceflight) aveva preconizzato la costruzione di stazioni spaziali, con tanto di specchi enormi in grado di concentrare i raggi solari in uno specifico punto sulla superficie terrestre. Le idee di Oberth erano pacifiche, il raggio sarebbe dovuto servire per esempio per alimentare le caldaie di turbine a vapore.

Hermann Oberth
Hermann Oberth

Durante la Seconda Guerra Mondiale, gli ingegneri tedeschi del centro ricerche di Hillersleben ripresero le tesi di Oberth, e pensarono di ampliare il concetto e trasformalo in arma.
Si sarebbe dovuta costruire una stazione orbitante a 8.200 chilometri d’altezza; lo scopo della stazione sarebbe stato controllare un ciclopico specchio concavo, con una superficie riflettente superiore ai tre chilometri quadrati.
Opportunamente comandato, lo specchio sarebbe stato in grado di concentrare i raggi solari con intensità letale, colpendo qualunque punto della Terra. Le città dei nemici del Reich sarebbero state vaporizzate all’istante, rase al suolo dalla potenza del Cannone Solare!

Il progetto del Cannone Solare è incredibilmente ambizioso e futuristico. Non si parla solo di mettere in orbita uno specchio gigantesco, ma anche una stazione spaziale con tanto di serre per l’ossigeno degli astronauti, pannelli solari per fornire energia ai macchinari e un sistema di razzi per orientare il Cannone.
Tutto ciò avrebbe dovuto essere preparato a terra, in moduli prefabbricati da trasportare e assemblare in orbita. Per questo gli scienziati nazisti avevo già anche previsto nuovi vettori, razzi a più stadi, evoluzione delle famose V-2.

Assemblaggio in orbita
L’assemblaggio in orbita, illustrato dalla rivista Life (1945)

Nella primavera del 1945 il centro di Hillersleben venne chiuso perché ormai gli alleati incalzavano. Gli Americani riuscirono a evacuare molti degli scienziati, che continuarono a lavorare, questa volta ai progetti di conquista dello spazio statunitensi.
Quanto vicino sono arrivati i nazisti a costruire il Cannone Solare? Purtroppo per loro e per fortuna del resto del mondo, non molto: le stime più ottimistiche degli stessi ingegneri coinvolti parlano di almeno cinquant’anni di lavori.

Schwerer Gustav

Il Cannone Solare non ha mai superato la fase di progettazione, invece lo Schwerer Gustav (il Pesante Gustavo) è stato costruito. Schwerer Gustav è il più grosso cannone mai creato!

Schwerer Gustav è un cannone calibro 800 millimetri. Ha una canna lunga circa 30 metri, e pesa 1.300 tonnellate. Ha una gittata di 38 chilometri con proiettili da 7 tonnellate, mentre con proiettili esplosivi da 4 tonnellate la gittata raggiunge i 48 chilometri. Il ritmo di fuoco è di circa un colpo ogni mezz’ora. Il cannone è trasportato via rotaia da uno speciale treno, per riassemblarlo una squadra di 250 persone deve lavorare per tre giorni, e il personale totale addetto al pezzo supera le 2.000 unità.

Schema del Schwerer Gustav
Visione schematica del Schwerer Gustav…

Disegno del Schwerer Gustav
…disegno del Schwerer Gustav…

Foto del Schwerer Gustav
…e infine il Schwerer Gustav dal vivo!

Schwerer Gustav fu ordinato alle industrie Krupp nel 1934. Doveva servire per demolire le fortificazioni della Linea Maginot. Però la costruzione della canna si rivelò particolarmente ostica, tanto che all’inizio delle ostilità il cannone non era ancora pronto. La rapida vittoria tedesca in Francia rese lo scopo di distruggere la Linea Maginot obsoleto e il lavoro sul cannone rallentò ancora: solo nel 1942 finalmente fu terminato.
Trasportato sul fronte orientale, Schwerer Gustav partecipò al bombardamento di Sebastopoli, sparando in totale 48 colpi. Dopo di che si resero necessari degli interventi di manutenzione alla canna, che dovette essere smontata e spedita in Germania.
Nel frattempo, il posto del Schwerer Gustav sarebbe dovuto essere occupato dal Dora, un cannone gemello con caratteristiche analoghe, da poco completato.

Cannone Dora
Il cannone gemello del Schwerer Gustav, il Dora

Ma la situazione tattica era cambiata ed è quasi certo che il Dora non abbia sparato neanche un colpo, prima della ritirata tedesca.
Schwerer Gustav e Dora tornarono in Germania e non pare abbiano più partecipato a nessuna azione bellica (sebbene ci siano degli avvistamenti non confermati del Dora nei pressi di Stalingrado e Varsavia durante la rivolta del ghetto).

Nel complesso la coppia di cannoni è stato solo un enorme spreco di soldi e risorse.

Curiosità: Schwerer Gustav si chiama così perché Gustav era il nome del presidente delle industrie Krupp.

Landkreuzer P. 1500 “Monster”

Dunque i tedeschi avevano Il Più Grande Cannone del Mondo, perché non montarlo sul Più Grande Carro Armato del Mondo?! Tanto grande che il termine carro armato è riduttivo, si tratta infatti di un landkreuzer, un “incrociatore terrestre”.

Il P. 1500 sarebbe stato una mostruosità con un peso compreso fra le 1.500 e le 2.500 tonnellate, lungo 42 metri, largo 18, alto 7 e con un equipaggio di più di 100 “marinai”. Appunto una vera e propria nave da guerra su cingoli. Oltre al già citato cannone da 800 millimetri, l’armamento prevedeva anche due obici da 150 millimetri e decine di cannoni antiaerei.

Il P. 1500
Il P. 1500 paragonato a un camion e a un normale carro armato

Non fu mai costruito. Come non fu mai costruito un modello meno ambizioso, il P. 1000 “Ratte”. Il progetto del P. 1000 però venne maggiormente sviluppato e di questo secondo “incrociatore terrestre” si conoscono dei particolari in più.

Il P. 1000 avrebbe avuto un peso compreso tra le 900 e le 2.000 tonnellate. 35 metri di lunghezza, 14 di larghezza e 11 d’altezza. L’armamento prevedeva due cannoni navali da 280 millimetri (54.5 Sk C/34), un terzo cannone da 128 millimetri (Kwk 44 L/55), otto cannoni antiaerei da 20 millimetri (Flak38) e due cannoncini da 15 millimetri (MG 151/15). Otto motori Daimler-Benz Mb501, normalmente usati su navi e sottomarini, avrebbero consentito al P. 1000 di muoversi fino a 40 chilometri l’ora. L’equipaggio sarebbe stato di almeno 20 soldati.

Un disegno del P. 1000
Il P. 1000 sarebbe potuto apparire così…

Un altro disegno del P. 1000
…o forse così

Per figurarsi quanto il P. 1000 sarebbe stato impressionante, basti pensare che il peso dell’M1 Abrams, l’attuale principale carro da battaglia dell’esercito U.S.A., si aggira sulle 60 tonnellate. Qui parliamo di 1.000 e passa!

Proprio il peso incredibile avrebbe ridotto i possibili utilizzi del P. 1500 e del P. 1000.
Per esempio nessun ponte avrebbe retto la loro stazza. Non avrebbero potuto sfruttare alcuna strada, se non a patto di distruggerla.
Inoltre la geometria di entrambi i carri avrebbe impedito di poter puntare a bersagli a distanza ravvicinata, e dunque avrebbero sempre dovuto essere accompagnati da altri veicoli di supporto. Infine l’eccessiva grandezza li avrebbe resi facili bersagli per i bombardieri ad alta quota e la stessa artiglieria fissa nemica (anche se per ovviare a questo problema era stato proposto di camuffare i mezzi da… palazzi!)
In altre parole, per quanto questi “incrociatori terrestri” siano impressionanti, è probabile non sarebbero sopravvissuti molto sul campo di battaglia.

Confronto P. 1000 / E-100
Qui il P. 1000 è immaginato con il cannone da 128 mm montato su una torretta separata. Il confronto è con l’E-100, un altro carro sperimentale. L’E-100 pesava 150 tonnellate, era lungo 10 metri, largo 4,5 metri e alto 3,3 metri.

P. 1500 e P. 1000 rappresentano anche un vicolo cieco nel campo dell’evoluzione degli armamenti, dato che con il passare degli anni questa ricerca di gigantismo si è esaurita, e nessuno al giorno d’oggi si sogna più di progettare armi di questo tipo. Probabilmente sarà necessario un altro visionario come Hitler, perché certe idee possano riaffiorare. O forse è meglio di no!

Lo studio sul P. 1000 / P. 1500 iniziò nel 1942 e venne interrotto l’anno successivo per ordine dell’allora Ministro degli Armamenti Albert Speer. Nonostante ciò, i nazisti si possono lo stesso vantare di aver costruito il Più Grande Carro Armato del mondo: infatti nel 1942 cominciò anche la progettazione del Panzerkampfwagen VIII “Maus” e due prototipi di questo carro arrivarono a completamento. Uno dei due con regolare armamento.

Disegno del Maus
Il “Maus” di fronte e di profilo

Foto del Maus
Una foto del “Maus”

Il “Maus” ha un peso di “appena” 188 tonnellate, e dispone come armamento principale di un cannone da 128 millimetri. Come detto ne sono stati costruiti due prototipi, il primo senza armamento, con una torretta finta, solo per studiare quale motore sarebbe stato più efficiente dato il peso enorme del mezzo; il secondo prototipo invece era armato, tanto che agli sgoccioli della guerra venne ordinato che partecipasse alla difesa di Berlino.
Purtroppo il carro si guastò prima di arrivare a destinazione e l’equipaggio dovette distruggerlo per non farlo cadere in mano ai sovietici. I sovietici però riuscirono a catturare i resti di entrambi i prototipi e tra tutte e due ne venne fuori un “Maus” funzionante, che è ancora esposto al museo dei carri armati di Kubinka, nei pressi di Mosca.

Maus in museo
Il “Maus” esposto al museo di Kubinka

Amerika Bomber

Giapponesi e Tedeschi hanno sempre avuto un problema durante la Seconda Guerra Mondiale: l’impossibilità di colpire direttamente il territorio degli Stati Uniti. I Giapponesi provarono a risolvere la questione inviando verso gli U.S.A. migliaia di palloni incendiari: forse qualche centinaio giunse a destinazione, mietendo ben sei vittime.

Pallone giapponese
Uno dei palloni spediti dai Giapponesi contro gli Stati Uniti

Nel 1944, il Ministro dell’Aria del Reich Hermann Göring convocò cinque delle principali aziende aereonautiche tedesche e chiese che venisse approntato un bombardiere con un raggio di 11.000 chilometri e capace di trasportare un carico di 4.000 chili di bombe. Tale bombardiere doveva essere in grado di decollare dalla Germania, raggiungere New York, sganciare il suo carico di bombe e tornare in patria. Senza scalo e senza rifornimento intermedio.

Dopo una serie di discussioni, venne approvato il progetto dei fratelli Horten, l’Horten Ho XVIII A (più tardi una diatriba fra gli ingegneri delle altre aziende aereonautiche e Reimar Horten spingerà quest’ultimo ad aggiornare il suo progetto e a disegnare l’Horten Ho XVIII B).
L’Horten Ho XVIII A sarebbe dovuta essere un’ala volante con un’apertura di 40 metri, spinta a 900 chilometri l’ora da sei turbogetti inseriti nella fusoliera. Basta confrontare il design di tale aereo con quello del moderno B-2 americano per rendersi conto di quanto i fratelli Horten fossero in anticipo sui tempi:

Schema dell'Horton Ho XVIII A
Schema dell’Horton Ho XVIII A

Disegno dell'Horton Ho XVIII A
Come sarebbe apparso l’Horton Ho XVIII A

B-2 Spirit
Il bombardiere americano B-2 Spirit

Il progetto dell’Horten Ho XVIII B fu considerato definitivo e un primo bombardiere avrebbe dovuto essere pronto per l’autunno del 1945 (sebbene i fratelli Horten fossero scettici sulle possibilità pratiche di terminare il lavoro in così breve tempo). In ogni caso la Germania si arrese il 7 maggio 1945, e l’aereo non lasciò mai i tavoli da disegno.

Schema dell'Horton Ho XVIII B
Schema dell’Horton Ho XVIII B

Disegno dell'Horton Ho XVIII B
Come sarebbe apparso l’Horton Ho XVIII B

Tuttavia qualcosa di concreto è rimasto delle idee dei fratelli Horten: l’Horten Ho IX (entrato in produzione con il nome di Gotha Go 229). Questo futuristico caccia a reazione si è calcolato avrebbe potuto raggiungere i 1.000 chilometri orari, grazie ai due turbogetti. L’Horten Ho IX era armato con quattro cannoni da 30 millimetri e poteva portare un carico di 1.000 chili di bombe. Almeno un prototipo armato venne completato e riuscì a volare una volta prima della fine della guerra. Altri quattro aerei simili furono trovati a vari stadi di costruzione.

Gotha Go 229 V3 (fronte)
Un Gotha Go 229 V3 in costruzione trovato dagli alleati: fronte…

Gotha Go 229 V3 (retro)
…e retro

Legato al progetto Amerika Bomber, è l’idea di permettere il lancio di razzi stile V-2 da parte di sottomarini in immersione. Così gli U-boot avrebbero potuto bombardare a piacimento le coste degli Stati Uniti. Neanche questo progetto arrivò a compimento, sebbene pare fosse ormai a un a passo dalla realizzazione.

La Luna, Marte e oltre

Finora ho parlato di progetti che benché folli, sono documentati e sono, anche i più bislacchi, almeno in linea teorica realizzabili. Esiste poi un campo vastissimo di ricerca, spesso esplorato non da storici ma da “scienziati dissidenti”(sic), che si occupa degli aspetti esoterici della tecnologia nazista.
Il cardine di tali studi è l’idea che dalla fine degli anni ’30 i nazisti abbiano avuto contatti con gli extraterrestri o abbiano recuperato qualche nave spaziale naufragata sulla Terra, come nel famoso incidente di Roswell.

Hitler con alieno
Hitler incontra un ambasciatore dei Grigi

Analizzando i manufatti alieni, i nazisti avrebbero compiuto incredibili progressi, tanto da permettere loro di sbarcare sulla Luna nel 1942 e costruirvi una base segreta sotterranea.
Nell’aprile 1945 sarebbe partita una nave spaziale tedesca, che dopo otto mesi di viaggio avrebbe raggiunto Marte. Nel gennaio 1946 la scampagnata si sarebbe conclusa con un disastroso schianto sulla superficie del pianeta rosso.
Ah, gli “scienziati dissidenti” sostengono anche che Marte venne raggiunto nel 1952 dai Sovietici e dagli Americani e nel 1956 da un’astronave del Vaticano, partita dall’Argentina. Tutto vero!

Il Duce aveva già conquistato Marte nel 1939…

Questo grazie al motore tachionico a moto perpetuo, che i nazisti avrebbero acquisito dagli extraterrestri. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, tale tecnologia sarebbe finita in possesso anche di Russi e America (e del Papa).
Oltre a fornire ai nazisti l’affare tachionico, gli alieni avrebbero svelato agli scienziati tedeschi il segreto dell’eterna giovinezza e come costruire mech da combattimento, ma questo è materiale per un altro articolo!

Nazimech
Robot da combattimento nazista

Intanto gli alleati…

Mentre i nazisti preparavano i loro piani per il viaggio su Marte e gli incrociatori terrestri, Americani e Inglesi non si giravano i pollici! Tra i vari progetti più o meno razionali, uno dei più curiosi è il Progetto Habakkuk.

Nel 1942 il giornalista, spia e inventore inglese Geoffrey Pyke propose ai vertici militari inglesi di costruire una gigantesca portaerei, composta da più di 200.000 blocchi di un nuovo materiale, appena scoperto, il “pykrete”.
Il pykrete si ottiene mischiando al ghiaccio la polpa di legno. Si ha così un materiale leggero e facilmente manipolabile ma con la resistenza del cemento.

Pykrete
Pykrete

Tale portaerei sarebbe stata lunga più di 600 metri, larga 100 metri, profonda 60 e con uno scafo di pykrete spesso 12 metri. Sarebbe stata una sorta di isola semovente, praticamente inaffondabile, in grado di trasportare più di 200 aerei e di fungere da testa di ponte per un’eventuale invasione delle isole giapponesi.

La portaerei del Progetto Habakkuk
La portaerei del Progetto Habakkuk…

Portaerei di ghiaccio
…e un’interpretazione artistica

Il progetto si arenò su una serie di quisquilie tecniche: tipo riuscire a mantenere l’intero scafo a una temperatura inferiore ai -15 gradi, per impedire deformazioni nel pykrete, e riuscire a fornire energia sufficiente a far muovere l’intera nave. Con i previsti 26 (!) motori, la portaerei si sarebbe spostata a una velocità massima di 10 nodi (appena 18 chilometri l’ora).

Finita la guerra e con il crescere dell’autonomia dei bombardieri, il progetto della portaerei di ghiaccio venne archiviato. Peccato!

In Italia

Anche in Italia non mancano i progetti di armamenti curiosi e bizzarri, basta pensare al misterioso Raggio della Morte di Marconi. Magari ci dedicherò un articolo, per ora accontentiamoci di questa foto, apparsa nel numero di aprile 1933 della rivista Popular Science.

Cavallo meccanico
Il fascista cavallo d’acciaio!

Un cavallo meccanico, costruito da un non ben specificato inventore italiano. Secondo la rivista, il cavallo galoppa altrettanto bene sulle strade o su terreno accidentato e può essere usato per insegnare ai giovani a cavalcare. Ovviamente la foto potrebbe essere stata manipolata o il cavallo d’acciaio essere solo una scultura, non in grado di muovere un solo “muscolo”. Purtroppo non pare in rete ci siano ulteriori informazioni riguardo a questo prodigio dell’italico ingegno.

Fonti

Oltre ai siti web segnati tra gli Approfondimenti, consiglio due libri sull’argomento: Germany’s Secret Weapons in World War II di Roger Ford, che si occupa quasi esclusivamente dei progetti più realistici, giunti almeno alla fase di prototipo, e My Tank Is Fight! di Zack Parsons, che invece non si fa scrupoli a parlare delle armi più folli.

Copertina di Germany's Secret Weapons in World War II
Copertina di Germany’s Secret Weapons in World War II

Copertina di My Tank Is Fight!
Copertina di My Tank Is Fight!

Inoltre, per chi volesse provare l’ebbrezza di volare con qualcuno degli strani aerei nazisti, il Coniglietto Grumo mi segnala l’esistenza del videogioco Secret Weapons of the Luftwaffe. Non sono riuscita a farlo partire, non essendo neanche stato programmato per Windows, ma dovrebbe funzionare usando l’emulatore DOSBox. Oppure recuperando dalla cantina qualche vecchio PC.

screenshot da Secret Weapons of the Luftwaffe
Uno screenshot da Secret Weapons of the Luftwaffe: qui si sta pilotando il Gotha Go 229!

* * *

Questo articolo è nato grazie all’impegno mio, di mio fratello e del Coniglietto Grumo. Un ringraziamento particolare a Carraronan per la prontezza, la gentilezza e la competenza con le quali ha risposto alle nostre mail.


Approfondimenti:

bandiera EN LORELEI su IMDb
bandiera IT La Svastica sul Sole su iBS.it
bandiera FR Una pagina dedicata al Surcouf

bandiera EN Achtung Panzer! sito dedicato ai carri tedeschi
bandiera EN Luft ’46 sito dedicato agli aerei da guerra futuristici del Terzo Reich
bandiera EN Strange vehicles of Pre-War Germany & The Third Reich
bandiera EN Black Sun: esoterica tecnologia nazista

bandiera EN Fascisti su Marte su IMDb
bandiera EN Un articolo che parla della portaerei di ghiaccio
bandiera EN L’articolo di Popular Science dedicato al cavallo d’acciaio fascista

bandiera EN My Tank Is Fight! su Amazon.com
bandiera EN Un capitolo da My Tank Is Fight!
bandiera EN Germany’s Secret Weapons in World War II su Amazon.com

bandiera EN Secret Weapons of the Luftwaffe su MobyGames
bandiera EN Secret Weapons of the Luftwaffe scaricabile da Abandonware Paradise
bandiera EN Il sito ufficiale di DOSBox

bandiera IT Il blog del Duca Carraronan

Scritto da GamberolinkCommenti (37)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Crudeltà Editoriale: Due Esempi

Concludevo l’articolo di ieri con un “Imparare a scrivere.”

Come si impara a scrivere? Sto parlando d’imparare a scrivere narrativa, in particolare narrativa fantastica. La risposta è semplice: leggendo uno o più manuali che insegnino a farlo!
Sento già nelle orecchie i lamenti degli Artisti, per i quali manuali e regole sono la morte della Letteratura. Be’, se la pensate così, non so che altro dirvi. Vorrei solo rifletteste su qualche esempio:
Videogiochi. Chi non ci ha giocato? Io ci gioco sempre! C’è qualcuno che pensa davvero che si possa imparare a programmare un videogioco grazie all’Arte e al Puro Talento? Mio fratello mi ha fatto vedere: all’atto pratico è del tutto analogo allo scrivere un romanzo, solo invece che scrivere in italiano occorre usare un linguaggio artificiale. Un videogioco non è altro che una sterminata sequenza d’istruzioni, messe una dietro l’altra, come sto io adesso mettendo una dietro l’altra le parole di questo articolo. Perciò, signori Talentuosi, cominciate!
In realtà ci voglio anni per imparare a programmare, e altri ancora per programmare nello specifico videogiochi. E questi anni sono disseminati di manuali spessi un palmo e pieni di matematica.
Prendiamo la musica. Se fosse solo questione di Arte, perché mai la gente dovrebbe frequentare un conservatorio? O prendere lezioni di piano? In fondo tutti sanno battere le dita sui tasti di un pianoforte, perché il Talento con la T maiuscola non dovrebbe essere sufficiente?

Da dove nasca l’idea che scrivere narrativa e in particolare narrativa fantasy non richieda nessuno studio non lo capirò mai. Negli ultimi mesi ho letto i manuali e i suggerimenti di Mark Twain, Orson Scott Card, Stephen King, Ben Bova e altri. È stato molto utile, in primo luogo per me stessa. Anche quando scrivo senza nessuna intenzione, non dico di pubblicare, ma solo di far leggere a qualcuno, mi diverto molto di più. È la differenza che passa dal battere a caso sul pianoforte e stupirsi degli strani suoni che ne escono e saperlo suonare e godere della musica che ne nasce.

Un pianoforte
Il Coniglietto Grumo sa anche suonare il pianoforte!

Perché ho letto solo manuali di scrittori stranieri? Perché a me piace la narrativa fantastica (fantasy e fantascienza) e in Italia quasi nessuno conosce l’argomento. Quei pochi non mi pare abbiano mai pubblicato nessun tipo di manuale.

Leggendo i manuali ho scoperto che ci sono ormai regole acquisite, da cento e passa anni. Per esempio scrivere sempre in maniera semplice e chiara. Un’altra regola condivisa da tutti è quella di scartare il superfluo. In ogni caso, senza eccezioni. Seguono poi regole meno categoriche, come quella per altro importantissima del mostrare invece di raccontare, o quelle che regolano la scelta del miglior punto di vista.

Seguire tali regole non limita la libertà di scrittura e anzi offre un vantaggio gigantesco: permette di valutare da soli se quanto si è scritto è decente. Se io ho appena scritto “doglio” e il vocabolario me lo segna come termine letterario di basso uso, so che ho appena violato la regola che impone semplicità e chiarezza, metto al posto del doglio un barile e ho fatto un oggettivo passo avanti. Se io comincio una storia con “Laura mi stava spiegando come programmare un videogioco”, constato che è un raccontare, non è un mostrare, dunque sto sbagliando e posso correggermi. E così via.

Infine le regole sono seguite dagli editori. Almeno dagli editori anglosassoni. I criteri adottati dagli editori italiani sono molto più nebulosi. Ma d’altro canto gli scrittori anglosassoni vendono milioni di copie, anche da noi, gli scrittori italiani non vendono neanche ai loro compatrioti. Perciò riuscire a raggiungere il livello medio di uno scrittore anglosassone è già un bel passo avanti, e in campo narrativa fantastica vorrebbe dire essere il miglior scrittore italiano in tale genere, o quasi.

Quello che seguirà sarà perciò basato su due fatti:
Primo fatto. Nella narrativa di genere fantastico esistono delle regole obbiettive, forgiate da esperienza secolare.
Secondo fatto. Gli editori che conosco il loro mestiere, per scegliere chi pubblicare, si attengono a quelle stesse regole. Almeno in teoria.

So benissimo che sul secondo fatto si può discutere all’infinito. Mi limito a dire che il ragionamento: “se hanno pubblicato la Troisi allora devono pubblicare anche me”, è deleterio. La Troisi pubblicata da Mondadori è stata una disgrazia, se non se ne aggiungono altre è meglio per tutti.
E in ogni caso, prima delle lagnanze, si deve raggiungere quel livello da scrittore anglosassone medio che dicevo. Medio, che non è un livello altissimo, è il livello dello scribacchino competente ma non troppo talentuoso.

Ultima nota: ovviamente non bastano i manuali, bisogna leggere, in particolare nel genere nel quale poi si vuole scrivere, bisogna documentarsi sugli argomenti che si vorrà trattare e bisogna esercitarsi a scrivere.
Una buona dose di fantasia aiuta. Quello che non serve: amore, anima, cuore e stupidate del genere. Il mito in assoluto più deleterio è quello secondo il quale, se si scrive riversando nelle pagine tutto l’amore del mondo, tale amore trasparirà fino al lettore, colmandolo di delizia. Invece succede questo: «Ma porco diavolo! Ho speso 20 euro per uno schifo di romanzo e adesso ho pure le mani tutte unte d’amore!»

Questo concludeva la premessa. Ora le conseguenze attraverso due esempi.

Mozart di Atlantide

Romanzo di fantascienza scritto da Simone Maria Navarra, il cui divertentissimo blog è qui. Attualmente non credo il romanzo sia disponibile perché partecipa al Premio Urania, ma lo si può trovare via P2P o chiedendolo direttamente all’autore.

Copertina di Mozart di Atlantide
Copertina di Mozart di Atlantide

Io ho provato a leggerlo un paio di mesi fa, quand’era ancora disponibile per il download. Ho detto provato perché non sono mai riuscita a finirlo. È anche la ragione per la quale non l’ho mai recensito.
Lasciando un messaggio al blog dell’autore, ho dichiarato che un’eventuale recensione sarebbe stata negativa, e di essermi convinta di questo fatto dopo aver letto appena due paragrafi. Non so se sono stata presa sul serio, io ero serissima (come credo, anzi spero, siano gli editori nel valutare i manoscritti).
I due paragrafi sono questi:

Gettando uno sguardo allo schermo del portatile, Mozart si rese conto di essere in ritardo e allungò il passo.
Era diretto verso il centro di collocamento del quartiere, dove lo attendevano alcuni amici. Avrebbe potuto tranquillamente cercare un lavoro tramite il terminale che aveva in casa, ma visto che anche gli altri avevano bisogno di trovarsi un nuovo impiego tanto valeva sfruttare l’occasione per incontrarsi.

“Gettando uno sguardo allo schermo del portatile, Mozart si rese conto di essere in ritardo e allungò il passo.”
Tre problemi in questa frase:
Primo problema. “Mozart si rese conto di essere in ritardo”, è raccontato. Io lettore come devo immaginarmi la scena? Tra l’altro tenendo conto che è un romanzo di fantascienza? Mozart getta uno sguardo allo schermo e ne deduce di essere in ritardo. Ma come? Manca il passaggio fondamentale: cosa ha visto sullo schermo!
So benissimo che Mozart probabilmente ha letto solo l’ora, ma il punto è che già alla prima frase sono stata costretta a dedurre. Già subito ho dovuto interrompere l’immersione per fermarmi a pensare su cosa l’autore intendesse per “rendersi conto di essere in ritardo”.
Secondo problema. Il portatile. I portatili attuali, e direi degli ultimi cinque anni almeno, sono portatili fino a un certo punto, io li definirei “trasportabili”. Sono molto grossi, e nessuno li usa mentre passeggia. Perciò con nessun’altra informazione di contorno, si storce subito il naso di fronte a un personaggio che guarda un portatile mentre cammina. E dato che è probabile sullo schermo ci sia un qualcosa legato all’ora, perché non ha guardato un orologio? un cellulare? un palmare?
Terzo problema. Il nome del protagonista. Mozart non è un nome qualunque. Porta con sé un determinato bagaglio emotivo, e soprattutto porta con sé la domanda: “Perché Mozart si chiama Mozart? È quel Mozart o un altro Mozart?” Almeno fin dove sono arrivata io a leggere queste domande non hanno risposta, sebbene appaia chiaro che Mozart non è il Mozart musicista.
Spero che la ragione per la quale tutti i personaggi di Atlantide hanno nomi famosi venga rivelata e sia una ragione valida, perché la faccenda è fastidiosa.
In quest’incipit l’attrattiva per il lettore dovrebbe essere quella di scoprire le ragioni e le possibili conseguenze del ritardo del protagonista, però il tutto è oscurato dal fatto che si chiami Mozart. Sì, va bene, ha un portatile, ma perché si chiama Mozart? Ho capito, è in ritardo, ma perché si chiama Mozart? Cammina alla svelta, non discuto, ma perché si chiama Mozart?

“Era diretto verso il centro di collocamento del quartiere, dove lo attendevano alcuni amici. Avrebbe potuto tranquillamente cercare un lavoro tramite il terminale che aveva in casa, ma visto che anche gli altri avevano bisogno di trovarsi un nuovo impiego tanto valeva sfruttare l’occasione per incontrarsi.”
Chissà per cosa sarà in ritardo Mozart? Per l’appuntamento con gli omini verdi? Per sposarsi con la Principessa di Venere? Per partire con una nave spaziale?
L’autore risponde subito.
Errore uno: risponde l’autore, è inevitabile, perché Mozart sa benissimo dove sta andando e non avrebbe ragione di rivelarlo al lettore. Ciò non toglie che ogni ingerenza diretta dell’autore è una pessima pratica.
Errore due: la risposta è degna di una parodia!
Mozart si sta per incontrare con gli amici per cercare lavoro?! È davvero “fantascienza”!
«Ciao, Chiara, vieni domani al cinema?»
«No.»
«Ciao, Chiara, vieni in discoteca?»
«No.»
«Ciao, Chiara, stiamo andando a cercare lavoro, ci vieni?»
«Corro!»
Non è in sé un errore, è un errore se il romanzo vuole essere un romanzo di fantascienza da prendere sul serio, come parrebbe.
Il “tranquillamente” è da togliere: come dice Stephen King, “la via dell’Inferno è lastricata di avverbi.”
In realtà da “Avrebbe” in poi è da togliere: è solo un altro noioso intervento dell’autore, atto a riferire fatti che Mozart già conosce e che al lettore non interessano. Aggravante: Mozart è a passo svelto, questo paragrafo è come l’impallinasse sul posto, bloccando subito l’azione.

Mi fermo qui.

Il succo della dimostrazione era illustrare come a un editore volendo bastino davvero poche pagine, addirittura meno di una, per dare un giudizio su un’opera. Poi forse non butta il manoscritto dopo due paragrafi, ma io dubito arrivi oltre pagina 10 o giù di lì.
Io sono arrivata a pagina 50 circa, e Mozart di Atlantide non è pubblicabile. D’altro canto non ci aveva mai sperato nessuno, o sbaglio? chikas_pink28.gif

Aggiungo che l’autore avrà modo di vendicarsi in maniera indiretta, quando sarà diventato scrittore di fama mondiale: a me verrà negata ogni possibile pubblicazione, perché nessun editore avrà il coraggio di dare alle stampe qualcosa scritto dalla tizia che in gioventù aveva osato criticare il più grande autore del terzo millennio.
(ogni tanto sul blog dell’autore compaiono baloccamenti simili, ho cercato di imitarne lo stile).

Secondo esempio.

La Voce dei Meil’ar

L’autrice del suddetto romanzo ha lasciato un commento al mio articolo di ieri, invitandomi a leggere la sua opera. Potrei anche farlo, ma prima mi metto nei panni dell’editore che riceve una sinossi del romanzo e qualche capitolo d’esempio.

Copertina di La Voce dei Meil’ar
Copertina di La Voce dei Meil’ar

Al sito del romanzo, sono disponibili diversi estratti da vari capitoli. Ho scelto quello sui duelli: questo. EDIT: Il sito del romanzo non esiste più.
La scelta è caduta su tal brano perché qui sulla Barca dei Gamberi ci piace leggere di duelli e spargimenti di sangue!

Al sito non è disponibile una sinossi completa del romanzo, ma c’è la trama, l’elenco dei personaggi e una cartina del mondo, direi elementi sufficienti per potersi orientare.

Invece di due soli paragrafi, ho preso in considerazione le prime tre pagine dell’estratto. È un’analisi piuttosto lunga, se si vuole saltare direttamente alle conclusioni, si può cliccare qui.

Berrie si toccò la spalla lacerata fino a qualche istante prima da un profondo taglio: della ferita rimaneva ormai solo un ampio strappo nella manica, e una chiazza di sangue scuro sulla casacca.

Manca almeno una virgola tra spalla e lacerata. “da un profondo taglio” è pleonastico: se la spalla è lacerata è vittima di lacerazione che è appunto un profondo taglio. “ormai”, “ampio” e “scuro” potrebbero essere tolti senza danno.

Il guaritore l’aveva fatta semplicemente scomparire come se non fosse mai esistita, dopo averle preso la mano ed essere rimasto immobile a occhi chiusi come in ascolto di un suono che ella non era riuscita a udire, fiancheggiato da un tengal dallo sguardo imperscrutabile.

“fatta scomparire”, cosa? La casacca? La chiazza di sangue? La manica? La ferita è già molto indietro, non è immediato per il lettore capire quale sia il riferimento. “semplicemente”, come il 99% degli avverbi è inutile, nel caso specifico la semplicità è implicita in “come non fosse mai esistita”. Dopo il “come non fosse mai esista” ci va un punto. La narrazione successiva rende la frase troppo lunga, e la narrazione stessa lascia il tempo che trova. Se l’operare del guaritore ha importanza, la scena avrebbe dovuto aprirsi con lui all’opera.

Roteò il braccio da una parte e dall’altra: come nuovo.

“da una parte e dall’altra”? Come si fa a roteare da una parte? Forse lo roteò in un senso e nell’opposto. O forse, ancora più semplice, lo roteò e basta.

Svolse la piccola pergamena che le avevano consegnato dopo il terzo duello e ne lesse il contenuto: Campo di Gelkha.
Calzò di nuovo la sua maschera da insetto e rinfilò i suoi due pugnali nelle asole della cintura.

La pergamena contiene solo tre parole, è inutile specificare sia “piccola”. Perché “Calzò”? È forzato, meglio indossò la maschera. “sua”, come la buona parte dei possessivi, può e deve essere tolto. Se non altrimenti specificato il lettore capisce da solo che la maschera è di chi l’indossa.

Il vento della notte precedente aveva spazzato via le nubi cariche di neve svelando un cielo di un acceso color indaco, ma nonostante il sole brillasse alto l’aria era gelida e frizzante e la brina scricchiolava sotto i suoi passi.

Non è ben chiaro perché si passi a parlare del tempo. Spero il freddo abbia qualche conseguenza futura.

Nelle sue orecchie risuonavano ancora le grida e gli incitamenti del pubblico che aveva presenziato allo scontro; anche Fenèlya aveva assistito seduta su una larga trave di legno senza un grido, né una voce di incoraggiamento.
Eppure Berrie aveva avuto l’impressione che fosse tesa e nervosa mentre passava le sue dita tra i capelli candidi.

Il primo possessivo “sue orecchie”, va tolto, il secondo è ambiguo: sono le dita di Berrie o di Fenèlya? E i capelli? L’”Eppure” non si capisce: Fenèlya assiste senza dire una parola né incoraggiare, sembra appunto tesa e nervosa, dunque perché “Eppure”?

“Sono stata fortunata. Le mie avversarie erano piuttosto impreparate” si disse tirando un sospiro. Si toccò di nuovo inconsapevolmente la spalla: impreparata o no l’ultima contendente le aveva sferrato un colpo vigoroso con la mazza. Se avesse preso meglio la mira probabilmente l’avrebbe colpita in piena testa.

“inconsapevolmente”, togliere. Forse avendo letto il duello in questione si capisce, ma in generale, senza ulteriori specificazioni, una mazza non è il tipo d’arma che provochi profondi tagli. “probabilmente” togliere.

Ripensò con orgoglio all’agilità con cui era riuscita ad aggirare la massiccia giovinetta con la maschera da cinghiale dalle movenze pesanti e robuste e a “colpire” il mago posto dietro di lei.

“Ripensò con orgoglio”: raccontato. È probabile Berrie stia pensando alle singole mosse. Sicura che “giovinetta” sia il termine corretto? Una giovinetta è una bambina, al massimo un’adolescente, già associarla a “massiccia” suona strano. Inoltre “massiccia giovinetta” è già fin troppo: “con la maschera da cinghiale dalle movenze pesanti e robuste” è un’inutile specificazione.

Estrasse dalla tasca la mappa di sughero e fece vagare lo sguardo sulla minuscola riproduzione della spianata.

È dura che lo sguardo possa vagare su un che di “minuscolo”. Se la riproduzione è minuscola la si abbraccia tutta quanta con una sola occhiata.

Fortunatamente il campo di Gelka non era distante da dove si trovava adesso.

“Fortunatamente” togliere; “adesso” uguale, è chiaro che il fatto di non essere distante è legato alla posizione corrente della protagonista.

Oltrepassò un gruppetto di giovinette che, su un lato del sentiero, si erano sfilate la maschera: due stavano piangendo e tutte le scoccarono un’occhiata invidiosa e malevola.

“su un lato del sentiero” inciso inutile. “tutte le scoccarono un’occhiata”? Anche le due che stanno piangendo?

I duelli stavano mietendo le prime vittime.

Mi sembra esagerato affibbiare il termine “vittime” a delle ragazzine che frignano. Hanno almeno perso un occhio? Qualche dito?

Berrie ringraziò ancora una volta il cielo per averle permesso di arrivare fino a quel punto.

Ringraziare il cielo implica tutta una serie di considerazioni sulla religione e sul sovrannaturale che, a quanto sembra, avvicinano molto il mondo di Glorinant al nostro. Spero sia voluto.

Si chiese quanti scontri ancora avrebbe dovuto affrontare per assicurarsi il suo ruolo di tengal: se anche avesse dovuto incontrare cento, mille avversarie, non avrebbe certo ceduto.

Come mai Berrie, che sta per affrontare il quarto duello, non sa quanti ancora ne dovrà sostenere? Funziona così? Suona strano che la gente si batta senza sapere neanche quando potrà smettere. “suo ruolo”, togliere il possessivo. Inoltre è ancora un discorso indiretto raccontato:
“Ancora dieci, cento, mille duelli!” pensò Berrie. “Non importa quanti saranno, non mi tirerò mai indietro!” Così, in generale, è meglio.

Il suo pensiero volò leggero ai suoi cari: da tempo, ormai, li immaginava mano nella mano nella placida tranquillità del Giardino degli Avi.

Questo mi fa tornare in mente Fascisti su Marte, anche se capisco non sia colpa tua.

Frammento da Fascisti su Marte

I possessivi vanno ancora una volta tolti, la tranquillità è implicito sia placida.

«Caro papà, zia, vi prometto che quando avrò trovato quella donna tornerò al nostro Poggio ridente a prendermi cura del tuo orto, papà, e ricostruirò la nostra bella casa».

Perché i pensieri prima erano racchiusi tra virgolette e questo è tra caporali? Prima Berrie si rivolge a padre e zia, poi solo al padre, ma ancora mentre si sta rivolgendo a entrambi, c’è il tuo orto e la nostra casa che si mischiano. Nessuno ripensa a qualche luogo definendolo “ridente”.

Il fluire dei suoi pensieri venne interrotto da rumori in lontananza: si schermò gli occhi contro la luce del sole e proprio di fronte a lei distinse chiaramente una piccola folla di persone che, per ingannare l’attesa, si esibiva in canti e cori dal testo scurrile.

Da togliere come al solito i possessivi di troppo, da questo punto in poi non lo ricorderò più, ma tale errore è presente in quasi tutte le frasi. Berrie sente rumori “in lontananza” ma una “piccola folla di persone” è “proprio di fronte a lei”. Perciò o i rumori non vengono dalla folla, o la folla non è davvero di fronte a lei, o i rumori non sono in lontananza.
Poi, una folla è di persone per antonomasia, ed è strano accostare la folla a piccola, è come se avessi scritto: “un piccolo grande gruppo di persone”. Se metti un punto dopo canti e cori può andare. Se specifichi che il testo è scurrile, devi togliere “testo scurrile” e riportare il testo medesimo. Berrie non ha sentito un “testo scurrile” ha sentito bestemmie o riferimenti ad accoppiamenti tra donne di facili costumi e cefalopodi, o non so cosa sia ritenuto scurrile nel suo mondo.
Ah, chiaramente, il “chiaramente” va tolto, come per i possessivi, gli avverbi vanno quasi sempre tolti, anche in questo caso non lo dirò più.

Gettò un occhio sulla cartina, e valutò che quello dovesse essere proprio il campo a cui era diretta. «Il grillo è arrivato! Alla buonora! Dormito bene?» un’ondata di applausi e grida spazientite la investì non appena varcò la staccionata di legno. Evidentemente la sua guarigione aveva richiesto più tempo di quanto le era sembrato.

Più tempo di quanto le fosse sembrato. Anche questo passaggio suona un po’ strano, ovvero che non ci siano orari ben precisi per l’inizio dei duelli.

La sua avversaria era già lì e da un bel pezzo a giudicare dal nervosismo con cui percorreva il piccolo appezzamento: una rapida occhiata le fece presto capire che era meglio non aspettarsi un’impresa troppo semplice.

“bel”, “piccolo”, “rapida”, “presto”, “troppo”: non aggiungono niente al senso del discorso, e possono essere tolti. Come per gli avverbi e i possessivi, anche per gli aggettivi non lo sottolineerò più, ma è un errore frequente. Per capire se un aggettivo serve basta toglierlo e vedere se la frase cambia di significato: se è un’occhiata non rapida cambia qualcosa? No, perciò il “rapida” può sparire, e così via.
I due punti sono ingannevoli messi lì, perché è ovvio che è la “rapida occhiata” che fa intuire a Berrie che non sarà un duello facile e non il fatto che l’avversaria appaia nervosa.

Al contrario delle precedenti sfidanti la giovane non sembrava né goffa tantomeno impreparata. Più bassa di lei e di un bel po’, si muoveva con eleganza e consapevolezza, stringendo tra le mani due cilindretti di metallo ognuno dotato di quattro catene con appese lame simili a punte di freccia.

“la giovane”, è giusto? Ovvero è voluto il fatto di sottolineare che questa volta è una giovane invece di una giovinetta? Manca un “né” dopo “goffa”. Ho dei grossi problemi a capire che arma abbia in mano la giovane. Se tale arma è stata descritta con più dettaglio in precedenza qui basterebbe il nome, altrimenti questa descrizione mi lascia perplessa.
I “cilindretti” mi fanno venire in mente le pile formato AA. E lame a forma di punta di freccia non hanno alcun tipo di efficacia se montate al termine di catene.
Vagamente potrebbe essere un mazzafrusto, un affare di questo genere, che però come vedi non corrisponde moltissimo alla tua descrizione.

Mazzafrusto
Mazzafrusto

Inoltre maneggiarne due alla volta di mazzafrusto mi pare alquanto scomodo.

Di tanto in tanto ne faceva roteare un gruppo fendendo l’aria con un secco sibilo. Berrie deglutì pesantemente.

Mah! Il funzionamento dell’arma continua a essere poco chiaro.

La contendente si avvide della sua presenza e si avvicinò al centro del campo dove tre tengal attendevano per dare inizio alla sfida: indossava una piccola maschera da gatto.

Qui è confuso: la contendente chi è? Berrie o l’altra? Ne deduco che sia l’altra perché Berrie non indossa una maschera da gatto, però devo fare uno sforzo di deduzione per capirlo. Inoltre questo significa che “sua presenza” è Berrie, ovvero il punto di vista è passato da Berrie all’avversaria da un paragrafo all’altro, questo è grosso errore.

D’istinto Alberya provò un moto di preoccupazione. Si appropinquò comunque al gruppetto fissando l’altra nelle orbite vuote della sua maschera, estrasse con lentezza i pugnali dalla cintura, sfregandoli l’uno contro l’altro.

Chi è Alberya?! Poi capisco sia sempre Berrie, ma anche questo è un brutto errore. Io ho l’impressione che tu voglia evitare a tutti i costi le ripetizioni, ma è molto meglio una ripetizione che non costringere il lettore a scervellarsi per capire chi stia facendo cosa. “Berrie” dopo due volte che lo usi diventa trasparente: il lettore non si accorge neanche più che sia scritto. Se invece scrivi Berrie, poi scrivi Alberya, poi scrivi giovane e poi non so che altro, il lettore, prima di capire la frase, dovrà a mente star lì a sostituire Alberya & c. con Berrie. Tanto vale mettere subito Berrie.
Credo sia anche il problema con “appropinquò”: meglio ripetere “avvicinò” che scrivere appropinquò, sul serio.
Ho idea che tutti i moti per loro natura siano istintivi e non è chiaro che significato abbia lo sfregamento dei pugnali: si rovinano!

Sentiva il suo respiro affannoso contro il cuoio dell’azahie’l e gocce di sudore percorrerle la spina dorsale nonostante il freddo.
A un cenno del tengal due giladh fecero il loro ingresso in campo, posizionandosi dietro ognuna delle due fanciulle: all’esterno, appoggiati alle transenne, una fila di maghi sembrò cadere improvvisamente in un profondo stato di trance.

I maghi in trance sono un particolare interessante, però anche slegato rispetto a quanto si è visto finora.

Berrie gettò uno sguardo dietro le sue spalle: l’uomo la guardava con occhi colmi di timorosa speranza, a disagio nel ruolo di bersaglio.

Ritorna il problema già visto prima: se l’uomo è un giladh, chiamalo giladh!

«Una di fronte all’altra. Niente magia o siete fuori. Impugnate le armi. A voi!» gridò la tarchiata lottatrice sollevando entrambe le braccia verso il cielo e facendosi da parte.

E ancora, chi è la “tarchiata lottatrice”?!

Un timido raggio di sole le illuminò per un istante il volto facendo sfavillare brevemente la minuscola fila di avilunye che le adornavano il volto.

Ecco, qui invece avresti dovuto evitare la ripetizione, perche questo “il volto… il volto” è fastidioso. Per esempio: “le adornavano le guance” (o qualunque sia la parte del volto che le adornavano).

Berrie sentì improvvisamente il suo cuore perdere un colpo e lo stomaco salirle pericolosamente in gola: un minuto gufo argenteo baluginò per un istante nella chiara luce del mattino perdendosi immediatamente tra gli altri disegni.

Molto confuso: all’inizio ho pensato che il gufo fosse un vero gufo, dopo tre riletture ho capito che il gufo era un avilunye. Se qualcuno ha letto anche i capitoli precedenti è probabile che capisca più in fretta, ma io non m’illuderei: avilunye è una parola nuova, dubito il lettore riesca ad associarla a disegni o altri concetti al primo colpo.

Rimase lì, incapace di muovere anche solo un passo o di staccare lo sguardo dalla tempia della donna.

Ancora confuso. La donna chi è? La lottatrice tarchiata, ho capito, ma anche qui dovendo rileggere. Il fatto di non aver specificato dov’erano le avilunye sul volto rende il riferimento alla tempia non chiaro. E poi “incapace di… staccare lo sguardo”, però in nessun punto precedente è esplicitato che Berrie comincia a osservare la lottatrice.

Non poteva essersi sbagliata, non da così vicino: eppure non si trattava della donna incontrata otto mesi prima. «Ehi… che fai?» sentì bisbigliare in tono concitato alle proprie spalle.

“Ehi… che fai?” i tre puntini indicano una pausa, perciò non può essere un tono concitato.

Il giovane mago paffutello la fissava con sgomento, incitandola con le mani a farsi avanti e soprattutto a proteggerlo.

Chi è il “giovane mago paffutello”? E poi non era un uomo qualche paragrafo più sopra? E un giladh ancora prima? Quali gesti indicano contemporaneamente “fatti avanti” e “proteggimi”?

Con la testa che ronzava Alberya si volse verso la sua nemica che le girava intorno roteando le catene vorticosamente: il giladh alle sue spalle ne seguiva i movimenti cercando di tenere il passo con i suoi agili spostamenti.

Uhm, ma se l’avversaria di Berrie riesce a girarle attorno con così grande facilità, perché non colpisce il giladh di Berrie? Berrie sta girando su se stessa? Non sono molto chiari gli spostamenti.

E con questo si conclude la terza pagina del capitolo, direi possa bastare. Ogni frase aveva qualche problemuccio, piccolo o grande.
Ci sono errori di stile (avverbi e aggettivi, in particolare i possessivi), la narrazione è alle volte confusa perché non sempre è chiaro chi sia il soggetto (errore forse imputabile al voler evitare le ripetizioni, ma un editore non sta lì a interrogarsi, pensa solo che quel che ha letto è confuso), ci sono problemi più gravi riguardo il punto di vista, e parlando dei contenuti gli aspetti tecnici del duello paiono molto carenti (a partire dal fatto che una delle due contendenti impugna armi inutili).

Non posso giudicare la storia o la caratterizzazione dei personaggi da queste poche pagine, ma dubito un editore leggerebbe oltre: a questo punto ha già cestinato il manoscritto. A mio parere giustamente, non è un livello degno di pubblicazione.

Ciò non vuol dire che faccia schifo: per esempio, a parte un paio di scivoloni, sono tre pagine di mostrato e non di raccontato, il che è sicuramente positivo. E anche le descrizioni, benché appesantite da aggettivi e avverbi, scorrono con una certa fluidità; ho letto di peggio.

Può essere che il mercato editoriale italiano sia tanto corrotto che il talento e l’abilità tecnica non servano a niente per essere pubblicati. Ed è vero che sono stati pubblicati autori italiani immeritevoli sotto qualunque punto di vista.
Ma ciò detto, io di scrittori davvero bravissimi e non pubblicati in pratica non ne ho ancora visti.

Singola FAQ: Se si passasse come fai tu alla lente d’ingrandimento qualunque romanzo, anche il più bello, si troverebbero degli errori! Ecco, non è proprio una domanda, ma volevo dirlo!
È vero. Ma non bisogna trarne le conseguenze sbagliate: se prendiamo un qualunque romanzo, è molto probabile ci troveremmo almeno un refuso, questo significa che un romanzo del tutto sgrammaticato è uguale a un romanzo con un refuso?
Anche gli scrittori più bravi sbagliano o in certi casi consapevolmente violano le regole, per ricercare un effetto particolare, o per motivi extra letterari (per esempio togliere o aggiungere pagine per ragioni commerciali), rimane il fatto che sono eccezioni. C’è differenza tra un avverbio di troppo ogni dieci pagine e dieci avverbi di troppo in una pagina. Partire dal presupposto che la perfezione non sia raggiungibile non deve implicare che non si debba neanche provare ad avvicinarla!

Non dovrei aggiungere altro, ma viste spiacevoli esperienze passate, ribadisco che:

  • Tutto quanto scritto è strettamente personale.
  • Io non ho nessuna documentabile autorità in materia di letteratura.
  • Sono senza ombra di dubbio pignola e pedante.
  • E ne sono consapevole: il sarcasmo porterà il mondo alla rovina.

Come sempre, ringrazio il Coniglietto Grumo kaos-whiteusagi16.gif per la collaborazione nella stesura dell’articolo.


Approfondimenti:

bandiera EN Mozart di Atlantide su Lulu.com
bandiera IT Il Blog dell’autore di Mozart di Atlantide

bandiera IT La voce dei Meil’ar su iBS.it
bandiera IT Il Blog dell’autrice di La voce dei Meil’ar

bandiera IT Mazzafrusto su Wikipedia
bandiera EN Fascisti su Marte su IMDb

Scritto da GamberolinkCommenti (69)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni