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Nihal & Chariza contro Ash!

Mentre scrivevo la recensione di Chariza, mi è capitato di ripensare a vari discorsi sulla qualità del fantasy italiano. La sensazione a pelle è che gli scrittori stranieri siano molto più bravi, sia in media, sia in termini assoluti. Tuttavia le sensazioni possono essere ingannevoli, quel che sembra non è detto che sia quel che è.
Perciò ho pensato di realizzare degli esperimenti: mettere a confronto una serie di romanzi fantasy italiani con romanzi stranieri simili e cercare di scoprire perché leggendo questi ultimi si ha la netta impressione che siano scritti meglio.

Come primo esperimento ho preso:
Cronache del Mondo Emerso (la trilogia completa) di Licia Troisi.
Chariza. Il Soffio del Vento di Francesca Angelinelli.
e
Ash. Una Storia Segreta (Ash: A Secret History) di Mary Gentle.

Copertine delle Cronache & Chariza
Cronache del Mondo Emerso & Chariza. Il Soffio del Vento

Copertine dei quattro volumi di Ash
Copertine dei quattro volumi nei quali è stato diviso Ash in Italia

Il perché di tale scelta: tutti e tre i romanzi sono scritti da donne, tutti e tre sono romanzi fantasy, tutti e tre hanno per protagonista una giovane eroina guerriera. Direi che può essere sufficiente per realizzare un confronto significativo, sebbene i tre romanzi abbiano anche molte differenze (per esempio l’ambientazione, completamente diversa passando da un’opera all’altra).

Le Cronache del Mondo Emerso e la loro eroina Nihal, come si suol dire in questi casi, non hanno bisogno di presentazione. Di Chariza ho appena parlato nella recensione, Mary Gentle invece merita qualche riga.
Mary Gentle è una scrittrice inglese di fantasy e fantascienza. Trovo che sia un’ottima pietra di paragone: è una scrittrice molto brava, probabilmente superiore alla media dei colleghi (italiani o anglosassoni) ma non è un genio della letteratura. Penso che chiunque, data una base minima di fantasia e talento, possa arrivare almeno vicino all’abilità della Gentle. La Gentle non è Cervantes o Kafka e neanche Mark Twain: non ci si può nascondere dietro il paravento del genio inimitabile. La Gentle è imitabilissima, non c’è nessuna concreta ragione per la quale gli scrittori italiani non possano puntare o ancora meglio raggiungere il suo livello.

La situazione attuale è però che la Gentle, nonostante parta svantaggiata in quanto tradotta, è, non uno, ma diversi gradini sopra Troisi, Angelinelli e compagnia. O almeno questa è la sensazione. Vediamo se è davvero così…

Se dovessi isolare i tre elementi che distinguono in positivo Ash rispetto alle colleghe Nihal e Chariza, direi che sarebbero questi:

  • Verosimiglianza. La capacità di creare un mondo che appaia coerente, realistico (pur in termini fantasy) e “concreto”.
  • Stile. La capacità di scrivere in maniera tale da mantenere il lettore nel mondo creato, in modo che la pagina scritta diventi un sostegno alla fantasia e non un intralcio.
  • Uso del fantastico. La capacità d’integrare nella storia elementi fantastici e di farli diventare parte vitale del racconto.

Visto che gli esprimenti si svolgono in pratica, e non disquisendo di teorie, ho preso in mano i tre romanzi e ho cercato esempi.

 

Violenza!

Ovvero, come Nihal, Ash e Chariza affrontano uno scontro armato. Essendo tutte e tre guerriere e avendo la violenza in tutti e tre i mondi un ruolo decisivo, penso sia interessante per mostrare i punti riguardanti verosimiglianza e stile.

Nihal inizia una battaglia così:

Poi, improvviso, giunse l’ordine.
Un grido e la loro truppa partì all’attacco.
Nihal iniziò una folle corsa lungo tutto il campo.

Ash:

«Ci siamo» gridò Ash, ancora parzialmente intontita dallo scoppio. «Digione non è più difendibile. Non abbiamo più scelta adesso.»
«San Giorgio!» urlò Robert Anselm.
«San Godfrey per la Borgogna!» urlò a sua volta Thomas Morgan sotto lo stendardo del Leone.
Ash si schiarì la gola, prese fiato e urlò: «All’attacco!»
L’imbottitura dell’elmo attutì lo squillo di tromba al suo fianco.
Le macerie scivolavano sotto gli stivali.
Il petto si alzava e abbassava spasmodicamente e il fiato le sibilava, secco, in gola. I piedi cominciarono a calcare il fango indurito dal gelo mentre correva in mezzo a una folla di uomini in armatura. La vista di se stessa in mezzo ai soldati la sconvolse. Le sue gambe avvolte nell’acciaio della corazza la facevano avanzare sul terreno aperto.

La prima considerazione che mi viene in mente è che Nihal sia una specie di riassunto di Ash. E in effetti, mentre leggevo le Cronache, m’immaginavo le scene di battaglia di Ash, che avevo letto qualche mese prima. Non credo ci sia bisogno di sottolineare come il pezzo preso da Ash risulti molto più “palpabile”. Nella mente è facile visualizzare quel che succede in Ash, perché appunto descritto, invece Nihal rimane nella nebbia, nel vago, nel generico, tanto che uno è costretto a evocare altri romanzi per dare sostanza alla scena.
Qualcuno potrebbe pensare che lo stile della Troisi sia migliore, in base alla bislacca considerazione che “lasciare i particolari alla fantasia del lettore” sia una buona idea. No, non lo è, se non in pochissimi casi. E per darne una dimostrazione visiva, basta guardare l’immagine qui sotto:

Immagine esemplificativa
Un racconto è più bello se pieno di colori!

Il disegno a sinistra può non piacere, ma “esiste”, a destra c’è solo una macchia indistinta! È proprio compito degli scrittori nutrire e coccolare la fantasia di chi li legge, sono gli scrittori a dover fornire nuove immagini per la mente dei lettori! Senza contare il paradosso: se tutti gli scrittori adottassero il sistema di “lasciare al lettore”, il lettore cosa dovrebbe immaginarsi di fronte a situazioni che mai nessuno si è preso la briga di descrivere?

Proseguiamo nella battaglia, Nihal ammazza un nemico:

Abbatté il primo nemico di slancio, spinta dall’impeto della corsa. Quindi ne vennero infiniti altri, senza interruzione.

Ash:

Ash afferrò la lancia con entrambe le mani e piantò il puntale inferiore sotto il braccio alzato di un nemico sfondando gli anelli metallici. L’impatto fu così forte da riflettersi lungo tutto il muscolo della spalla. Cercò di liberare l’arma, ma l’asta si piegò. Uno schizzo di sangue la raggiunse sugli avambracci. Un gruppo di uomini con le divise rosse e blu la spostarono di lato e tutto quello che lei riuscì a fare fu impedire che l’asta le scappasse di mano.

Valgono le considerazione già viste prima. C’è da aggiungere che la Gentle, con un paio di particolari (“puntale inferiore”, “anelli metallici”) riesce a dare “concretezza” a quel che racconta, mentre Nihal rimane sempre spersa nella nebbia.

La battaglia prosegue, Nihal:

Non aveva coscienza che di sé. Avanzava sul campo passo dopo passo, abbatteva nemico dopo nemico. Era una mischia infernale. Uomini si gettavano su altri uomini, fammin saltavano al collo dei soldati. Quelle bestie non si limitavano a colpire con le spade e le asce: dilaniavano con i denti, laceravano con gli artigli, infierivano persino su chi era già stato abbattuto.
A terra centinaia di corpi: uomini, fammin, gnomi. L’erba era rossa e viscida. Fiotti vermigli cadevano sul campo come pioggia. Ma Nihal pensava solo a combattere, a uccidere, a guadagnare la pianura metro dopo metro insieme agli altri soldati, calpestando i caduti e sporcandosi del loro sangue.
Non aveva paura, non era inorridita da ciò che vedeva, dalla morte che la circondava, dalla sofferenza dei feriti. Avanzava menando fendenti e abbattendo nemici: nient’altro aveva importanza.
Poi iniziò a percepire anche quello che le accadeva intorno.
Dalle ombre proiettate sul suolo riuscì a capire la posizione dei Cavalieri di Drago e delle creature alate che provenivano dalla torre.
Nel clamore della battaglia cominciò a distinguere sempre più chiaramente gli ordini che venivano urlati dal generale.

Ash:

Un gruppo nutrito di ronconieri burgundi, gli uomini di Loyecte, si affollarono dietro di lei. Ash abbassò il capo e una freccia rimbalzò contro l’elmo facendole scattare la testa all’indietro. Tre uomini le caddero addosso. Uno di essi era tenuto per i capelli da un visigoto, aveva il volto insanguinato ed aveva perso l’elmo. Un uomo con la divisa sporca di sangue affondò il coltello in mezzo alle gambe di un visigoto. I loro corpi premettero contro Ash che piantò la piastra metallica del guanto sinistro nell’occhio del nemico. Il gesto fu accompagnato dallo schiocco dell’osso dell’orbita che si rompeva seguito un attimo dopo da un urlo che giunse alle orecchie di Ash ovattato a causa dell’imbottitura. La pressione diminuì e lei riuscì a riguadagnare una posizione stabile.
Cristo santo! Quanto mi manca un fottuto cavallo, non riesco a vedere niente!
«Dove cazzo è il fottutissimo gruppo di comando!» Stava perdendo la voce. «Rickard! Trova lo stendardo del Leone. Dobbiamo muoverci sempre, siamo fatti se ci bloccano!»

Come prima, Nihal è poco più di un riassunto generico. Da notare alla fine: Nihal distingue chiaramente gli ordini del generale, ma evidentemente l’autrice non ritiene importante che anche il lettore li conosca, mente gli ordini di Ash sono riportati parola per parola.

Un risvolto fantastico, in un altro scontro Nihal affronta dei golem:

Tareph scrollò le spalle. «A me non interessa, la mia pietra non è come le altre. Te la devi guadagnare.» Fece una risatina, spiccò un balzo e fu di nuovo in piedi sull’altare. Quindi mosse il suo bastone e uno dei giganti si fece sotto a Nihal.
«Non ho tempo, non posso stare qui a lungo!» urlò lei. «Un mio amico sta rischiando la vita per me!» Schivò un pugno.
«Oh, a me non interessa» disse il satiro con un mugolio annoiato. «È da tanto tempo che me ne sto rinchiuso qui, la noia è mortale. Divertimi, avanti!»
Il gigante avanzò a grandi passi, ma Nihal cercava solo di evitarlo. Alla fine capì che non avrebbe mai convinto il guardiano a esimerla da quello scontro. Tutto ciò che voleva era prendersi gioco di lei, farsi quattro risate e trattarla come una marionetta. Non aveva alcuna intenzione di valutare le sue capacità, quella non era una vera prova, il satiro voleva solo divertirsi.
Nihal allungò un primo colpo di spada sulla creatura che la stava attaccando, ma forse non fu abbastanza forte o fu male assestato, perché non ebbe alcun effetto.
«Uno a zero per me!» urlò il guardiano. Fece un cenno all’altro gigante, che subentrò al primo. Nihal si voltò e cercò di parare i colpi con la spada, ma era inutile. Quei giganti erano incommensurabilmente più forti di lei e la sua arma non poteva nulla contro di loro. Inoltre non riusciva a concentrarsi, pensava al tempo che stava sprecando lì dentro, a Sennar solo contro i nemici.
D’improvviso, un braccio del gigante la colpì in pieno e la mandò a sbattere con violenza contro il muro. Per un istante Nihal non vide altro che buio. Quando rinvenne, Tareph era a cavallo del colosso, e avanzava impettito verso di lei.
«Ma così non posso saggiare la tua forza» disse con un risata stridula. «Così è troppo facile. Impegnati!»
La raggiunse un nuovo colpo, che la mezzelfo però evitò rotolando di lato.
«Ti dico un segreto» ghignò allora il guardiano, mentre il gigante si preparava a colpire. «Questi sono due golem, li ho creati io. La scritta sulla loro fronte significa “vita” e finché sarà lì vergata loro resteranno in vita, appunto. Sono più forti di te, e indistruttibili. Non li puoi battere con la spada né in altro modo. Però, se cancelli la prima lettera della scritta sulle loro fronti, otterrai la parola “morte” ed essi si dissolveranno nella polvere da cui provengono. Questo è il solo modo che hai di batterli» concluse con una risata furba.
Arrivò un nuovo colpo, violento, ma Nihal lo evitò. Per quanto ci provasse, la mezzelfo non riusciva a concentrarsi e sapeva che era questo che stava segnando la sua sconfitta.
[...]
Nihal chiuse gli occhi. Se continuava così non avrebbe salvato Sennar. Doveva concentrarsi e battere quel mostro, era l’unico modo per uscire da lì e poter tornare da lui. Doveva stare calma.
Sentì arrivare un nuovo colpo. Aprì gli occhi, saltò e lo schivò. Ne approfittò per aggrapparsi al braccio del mostro. Il golem lo agitò, per cercare di farla cadere, ma non riuscì nell’intento. Quelle scosse erano una bazzecola per un Cavaliere abituato a stare in piedi su un drago lanciato in volo.
Nihal si issò fino alla spalla, allungò la mano e finalmente riuscì a cancellare la lettera. La parola emeth divenne meth, e il golem si sbriciolò sotto le sue gambe.

Ash e i suoi uomini alle prese con un problema simile:

Un bagliore bianco balenò in un angolo della visuale.
Un nazir visigoto strisciò di fronte a lei senza neanche vederla. Aveva la schiena annerita e fumante.
Ash riuscì a mettersi carponi. Un uomo si lanciò su di lei che saltò all’indietro. Sei, sette forse più uomini del Leone Azzurro entrarono nel suo campo visivo con gli elmi che brillavano sotto il sole.
Sopra le loro teste, Ash vide un ovoide di marmo intagliato come se fosse un viso. Un serbatoio d’ottone splendeva sulla schiena. Ci fu una breve fiammata e gli uomini si gettarono a terra. Lei non riuscì a ripararsi il volto abbastanza in fretta e si scottò. Gli occhi le lacrimavano e la pelle formicolava. Si alzò in piedi barcollando e vide il golem con il lanciafiamme che girava in tondo inondando tutto di fuoco…
Due uomini con indosso la divisa del Leone si acquattarono e calarono i pesanti martelli da guerra sul golem spaccandogli il braccio destro e la mano sinistra. L’ugello cadde a terra. I due uomini colpirono nuovamente la creatura sui fianchi e un terzo uomo, che Ash non era riuscita a vedere, aveva infilato l’asta di un roncone tra le giunture in bronzo delle ginocchia. Il golem crollò sulla schiena e quattro mercenari gli assestarono una rapida serie di colpi violenti e decisivi. «Uno in meno!» urlò Geraint. «Muoviamoci!»

Qui il confronto è meno impietoso con Nihal. Finalmente la Troisi si degna di descrivere quel che succede, però la verosimiglianza va a farsi friggere! Il guardiano grida: «Uno a zero per me!», frase che si commenta da sola nella sua capacità di buttare fuori a calci il lettore dal mondo fantasy nel quale era immerso. Il successivo discorso sul “funzionamento” del golem ha puro scopo d’informare il lettore e non sarebbe mai stato pronunciato da un “vero” guardiano, in altre parole non è verosimile. Così com’è irrealistico il golem medesimo: come ha fatto il golem a viaggiare da Praga al Mondo Emerso?! Un conto è ispirarsi alla tradizione, un conto è copiare fino al punto di usare le stesse parole ebraiche!
Il golem della Gentle non sarà la creatura fantastica più interessante della storia, ma con il suo lanciafiamme (ispirato all’uso bizantino del fuoco greco) ha una sua personalità e originalità.

Un Golem
Non tutti i golem sono cattivi!

Ora Chariza! In Chariza. Il Soffio del Vento, non ci sono battaglie vere e proprie, tuttavia gli scontri armati non mancano, dato che a Chariza non dispiace menar le mani.

Chariza affronta quattro nemici a cavallo:

I quattro uomini grugnirono infastiditi dal tono di scherno e di sfida di Chariza e sfoderarono le spade in un unico sibilo metallico.
«Allora fatti sotto!», spronarono i cavalli e si lanciarono verso di lei fissandola con odio crescente.
Chariza trattenne qualche istante il cavallo, poi, quando riuscì a vedere il bianco degli occhi dei suoi nemici, lo lanciò a sua volta contro di loro con l’intento di passare tra i due centrali. La mano sinistra scivolò rapida verso l’elsa della spada e le dita della donna si strinsero attorno ad essa con decisione; la sfoderò un attimo prima che i cavalieri le fossero completamente a fianco e, disegnando un arco di fronte a sé, raggiunse prima quello alla sua sinistra, che si accorse di avere il ventre squartato appena prima di cadere nel fango ormai privo di vita, poi quello alla sua destra trafiggendolo con la coda del fendente che lo separò in due metà esatte.
Chariza superò i due avversari rimasti e li fissò assaporando l’incredulo terrore dipinto sui loro volti.
«Allora? tutto qui? fatevi avanti!».
Gli uomini lanciarono grida feroci, più per infondersi coraggio che per incutere paura, e la affrontarono nuovamente. Chariza li colpì entrambi prima che questi avessero la possibilità di far cadere le lame delle loro spade su di lei.

In Ash c’è una scena simile:

Qualche attimo dopo quattro cavalieri borgognoni si riunirono e si lanciarono al galoppo verso di lei.
L’interno dell’armatura di Ash era madido di sudore e la luce del sole contro il cielo azzurro l’accecava. Quei quattro uomini, pensò, stanno galoppando verso di me su dei cavalli che pesano tre quarti di tonnellata l’uno, protetti dall’armatura, brandendo lance con delle punte lunghe quanto la mia mano. Quando mi colpiranno a quella velocità penetreranno l’armatura e la mia carne come se fossero un foglio di carta.
Ebbe una fugace visione della punta di una lancia che le trapassava la testa.
Uno dei quattro cavalieri borgognoni abbassò la lancia sistemandola nell’alloggiamento dell’armatura. L’elmo era decorato da una vistosa piuma bianca di struzzo e la feritoia della ventaglia era così stretta da impedire la vista degli occhi. La punta della lancia era diretta contro di lei.
Ash cadde preda di un sinistro senso d’esaltazione. Spostò il peso sulla sella. Godluc rispose immediatamente al segnale scartando bruscamente a destra, mentre lei abbassava la lancia. La punta penetrò il collo dello stallone grigio del primo cavaliere.
L’impatto fu talmente violento da strapparle l’arma di mano. Il cavallo ferito crollò sulle zampe anteriori catapultando il cavaliere sotto gli zoccoli di Godluc, che, essendo un cavallo da guerra, non incespicò e continuò per la sua strada come se non fosse successo niente. Ash afferrò la mazza e la calò violentemente sull’elmo del secondo cavaliere. Sentì il metallo che si crepava e cedeva. Qualcosa urtò Godluc e Ash raschiò il fianco a terra. L’erba calda stava facendo scivolare più di un cavallo. Spostò il peso di lato per non finire schiacciata, afferrò la mano di Robert Anselm che nel frattempo era giunto in suo soccorso e riuscì a raddrizzare il cavallo.
[...]
Ash sfoderò la spada e colpì il volto del suo avversario con il pomello in un unico e fluido movimento. L’impatto le fece tremare il braccio. Cambiò direzione alla lama con una rotazione del polso e la calò sul gomito protetto ottenendo lo stesso risultato di prima.
Il cavaliere alzò la mazza e Ash piantò la lama nell’interstizio apertosi tra le piastre dell’armatura.

In Chariza ci sono due problemi. Il primo è il realismo: mentre i cavalli s’incrociano al galoppo, Chariza riesce a sbudellare un primo avversario e addirittura tagliare in due un secondo! Neanche un cavaliere Jedi con una spada laser riuscirebbe in una manovra del genere. Vero, siamo in un fantasy, e una certa “elasticità” nelle leggi fisiche si può accettare, tuttavia certe esagerazioni non aiutano per niente a calarsi nella storia, tanto meno una storia che vuol cercare di essere seria.
Il secondo problema è lo stesso di genericità e riassunto già visto con Nihal: Chariza uccide “come si deve” i primi due nemici, mentre i secondi due sono lasciati all’immaginazione del lettore. Peccato.
Un altro particolare è la “visione” nelle due scene: la Gentle tiene la “telecamera” su Ash, e quel che è descritto è quel che Ash vede o percepisce. Per esempio: “Ash afferrò la mazza e la calò violentemente sull’elmo del secondo cavaliere. Sentì il metallo che si crepava e cedeva.” I cavalli si stanno incrociando e probabilmente il secondo cavaliere è già uscito dalla visuale di Ash, lei può solo sentire il rumore e percepire il riverbero del colpo di mazza che ha sferrato. Forse ha sfondato la testa al nemico, forse no, forse lui è ancora vivo, forse no, Ash non può saperlo.
In Chariza invece a metà azione c’è un brusco cambio di prospettiva: la “telecamera” sta seguendo Chariza, ma dopo che ha colpito il primo nemico, quest’ultimo “si accorse di avere il ventre squartato appena prima di cadere nel fango ormai privo di vita”. Dunque stiamo seguendo Chariza, poi si passa al nemico che si accorge di essere ferito, poi è la volta del narratore che descrive il cadavere che cade e infine si torna su Chariza quando colpisce il secondo nemico. Non è un gran ostacolo alla lettura, ma non è neanche uno stile efficace.

I difetti visti in questo brano di Chariza, ricompaiono in molti altri punti. Per esempio, nella scena seguente, Chariza, Yukai e Suzume stanno scappando a cavallo:

Il capo della banda aveva diviso i suoi uomini: un gruppo era corso alle stalle della Locanda, dove avevano nascosto i cavalli, e si era messo immediatamente all’inseguimento di Chariza, Yukai e Suzume; un secondo gruppo invece si era armato di picche e aveva tagliato per i vicoli tra le basse case di Sanbashi.
[...]
Un gruppo di uomini armati di lance si era allineato all’imboccatura del ponte e impediva loro [Chariza, Yukai, Suzume] il passaggio. Alle loro spalle i cavalieri si facevano sempre più vicini ed avevano già sfoderato le spade.
[...]
Uno di essi afferrò una lancia che era rimasta conficcata tra due pietre del ponte e la scagliò contro Chariza ferendone il cavallo a una coscia.

Da che parte cominciare? Abbiamo dei fanti che riescono a precedere dei cavalli e bloccare loro la strada pur muovendosi con delle picche. Una picca è un affare lungo tre, quattro e anche più metri… ma poi le picche diventano lance. Le lance sono più comode da portare, ma per esempio, un’arma orientale come la kwandao, che veniva usata contro la cavalleria, riportano le cronache dell’epoca avesse un peso di oltre 50 chili! Molto probabilmente è una grossolana esagerazione, ma di sicuro non dev’essere facile correre più veloci di un cavallo con una kwandao in mano.
Magari si sta invece parlando di qualche specie di Yari, lancia nipponica di origine cinese, solo che le Yari, nella gran parte dei casi, non erano costruite per poter essere anche scagliate.

Dove la Gentle, con un uso accurato dei termini, aveva reso più concreto il proprio mondo, qui la Angelinelli, usando termini a casaccio, ha reso il suo di mondo meno verosimile.

Jumonji Yari
Jumonji Yari

Nella scena seguente Chariza affronta cinque nemici e riappare il problema del non descrivere gli scontri:

«La Figlia del Drago Bianco», continuò l’uomo che comandava il piccolo gruppo di mercenari.
Chariza sollevò il viso trafiggendo il guerriero con lo sguardo, prima che con la lama di Kageboshi. Fu un attimo, ma per i cinque uomini che assistettero alla scena durò ben più dei quattro, cinque secondi al massimo, che in realtà impiegò il cavallo di Chariza per raggiungere quello del suo avversario.
Stavano ancora elaborando l’immagine della donna che si avventava sul loro capo quando videro la testa di quest’ultimo rotolare tra le zampe dei loro cavalli. Questi si impennarono, sbuffando e nitrendo, premendo le orecchie contro la testa, spaventati e infastiditi dall’odore del sangue.
Uno degli uomini provò ad estrarre la spada ma Kageboshi lo raggiunse prima che l’intera lama potesse liberarsi del fodero e tranciò di netto il braccio che trascinò la spada a terra con sé. Il mercenario cadde da cavallo tra urla e gemiti, mentre tentava di tamponarsi la ferita con quel che restava della manica della sua giacca.
L’odore della morte si diffuse rapidamente. Eliminare altri tre guerrieri fu semplice per Chariza dato che avevano perso molta della baldanza iniziale e che, oltre ad evitare i suoi fendenti e cercare di ferirla, dovevano sforzarsi di controllare le loro cavalcature.

A parte che cinque secondi sono un’eternità in un duello, abbiamo: nemico numero uno ucciso troppo velocemente per entrare troppo in dettaglio, nemico numero due ferito come si dovrebbe, nemici tre, quattro e cinque lasciati alla fantasia del lettore. Non una buona media!

 

Sesso!

Compagno indissolubile della Violenza è il Sesso!
Chiaramente ogni autore ha piena facoltà di scegliere quel che vuole raccontare. E scene di sesso non sono per niente indispensabili. Tuttavia, se si decide di parlarne, dovrebbero valere le stesse regole su verosimiglianza e stile già viste per le scene di violenza.

Bacio!
Amore nipponico

Partiamo da Chariza. In Chariza non c’è nessuna scena di sesso, zero, niente, neppure un bacio sulla guancia. Un po’ suona strano, visto che uno dei protagonisti, Yukai, è più volte descritto come un tizio a cui piace “divertirsi”. Chariza stessa è giovane, in salute e vittima di una maledizione che la spinge a bramare non solo le ricchezze materiali, ma anche gli uomini, se sufficientemente belli, facoltosi e potenti.
Non succede niente, neanche off screen. Come detto, date le premesse suona un po’ strano, ma rispetto le scelte dell’autrice.

In Nihal, Nihal & Sennar:

Quando aveva accostato le labbra a quelle di Sennar, Nihal era tornata con il pensiero all’unico bacio che aveva dato in vita sua, a Fen, nel santuario di Thoolan. Ma con Sennar era diverso, era reale.
Ciò che le stava accadendo era nuovo e sconosciuto, eppure antico e noto allo stesso tempo. Nihal sapeva esattamente cosa fare, come se il tocco delle labbra di Sennar avesse risvegliato qualcosa che covava in lei da molto tempo. Poteva essere solo Sennar, ora ne aveva la certezza. Non seppe come, ma si ritrovò anche lei sull’altare, stesa al fianco del mago, mentre continuavano a baciarsi. Lo sentì lamentarsi debolmente e si ricordò della sua gamba ferita.
«Perdonami, io…» iniziò.
«Va tutto bene» la interruppe lui, poi riprese a baciarla.
Fu allora che Nihal ricordò ciò che le aveva detto Aires a proposito della verità, quando le aveva chiesto come si fa a sapere di aver trovato la propria strada: A un tratto la sua verità mi si è imposta, con tanta forza che non potevo rifiutarla. Ora anche Nihal si sentiva così: la verità le si presentava in tutta la sua sorprendente chiarezza, e lei non poteva fare altro che accettarla. Adesso tutto le era chiaro, tutto aveva acquistato un senso: il viaggio, l’angoscia, la ricerca.
Sentiva le braccia di Sennar stringersi intorno ai suoi fianchi e capiva che poteva finalmente riposare in quell’abbraccio pieno di desiderio. Era come se il suo corpo non le appartenesse più; si sentiva diversa, quasi che una parte nascosta di lei d’un tratto fosse stata liberata. Sotto il tocco delle mani di Sennar la sua pelle rinasceva, il suo fisico si rimodellava. Sennar la stava richiamando alla vita; più le sue mani indugiavano su di lei, più Nihal sentiva che il ponte gettato con il suo intimo diveniva solido. E quando infine si vide nuda, capì che quella nudità era un dono, e che aveva valore perché a farglielo era lui.
Nei gesti che seguirono, si dissero ciò che avevano taciuto per tutti quegli anni: che erano sempre stati l’uno dell’altra, che non potevano essere separati, che non sarebbero mai stati soli, perché si appartenevano. E alla fine Nihal, per la prima volta, si sentì unica, completa, vera. Era giunta alla fine della sua ricerca.

In Ash la gente ha troppa fretta di farsi la pelle per indugiare in certi piaceri, a meno che non si tratti di qualche allegro stupro. Però, quando si entra in argomento, lo stile rimane descrittivo come sempre. Ash & Fernando:

Ash scosse la testa. «Fottimi, allora. Questa è la nostra prima notte di nozze.»
Pensò di averlo conquistato, arrivò al punto di giurare a se stessa che Fernando stava per scoppiare a ridere, che stava per rivedere quel ghigno complice che aveva già visto a Neuss, ma lui si abbandonò sul letto, si coprì gli occhi con un braccio e cominciò a esclamare: «Christus Imperator! Perché mi hanno fatto unire a costei?»
Ash sedeva a gambe incrociate, del tutto inconsapevole della sua nudità finché i suoi occhi non ricaddero sul ventre piatto, le cosce robuste e il sesso del marito e sentì l’eccitazione crescere in lei. Cambiò posizione e posò una mano sulla vagina per cercare di calmare i bollori.
«Sei una fottuta contadina puttana!» esclamò lui. «Una cagna in calore! Ho avuto ragione fin dalla prima volta che ti ho incontrata.»

Abbinate alle scene di sesso spesso si sente la stessa stupidaggine riguardante il “lasciare all’immaginazione del lettore” già vista in precedenza. Anzi, non scendere in particolari sarebbe “poetico” e “romantico”. Non lo è, è solo scrivere male.
Può essere che nel caso della Troisi sia questione di (auto)censura, dato il che il romanzo è indirizzato a un pubblico di ragazzi, tuttavia ciò non toglie che si sarebbe potuto descrivere finché lo consente il “comune senso del pudore” e poi passare ad altro, invece d’immergere ogni cosa nella nebbia.

Per tirare le somme finora: Troisi e Angelinelli hanno spesso la brutta abitudine di sorvolare su quanto invece dovrebbero descrivere. Quando descrivono, più di una volta le descrizioni sono inverosimili.

 

Fantasia!

Il terzo punto riguardava l’uso del fantastico.
Chariza è molto carente. Se si esclude l’abilità sovrumana che Chariza dimostra nei combattimenti, abilità che però deriverebbe solo da particolare addestramento e non da influenze magiche e/o sovrannaturali, nel romanzo non ci sono quasi elementi fantasy. I demoni-lupo compaiono per sole due pagine due, e se fossero sostituiti da normali lupi non cambierebbe nulla. Con un po’ di studio è probabile che l’intera vicenda di Chariza potrebbe essere ambientata nel Giappone medievale storico, senza sconvolgere più di tanto il susseguirsi degli avvenimenti.
Il fatto che in un romanzo ci siano scarsi elementi fantastici non è di per sé un fatto negativo, ma lo è se il romanzo medesimo si presenta come fantasy. È un po’ come quei film dove il pistolero uccide il rivale perché ha rubato il bestiame all’amico. Solo che ci sono pistole laser, non è il Texas ma il pianeta Texano IV e il bestiame sono orsi viola. È fantascienza? Per modo di dire, in verità è un western: se ci fossero Colt, Texas terrestre e vacche sarebbe la medesima, identica storia. In altre parole gli elementi fantastici sono puramente estetici e non hanno incidenza sulla storia.

Le Cronache sotto questo punto di vista sono migliori, ma non di molto. Anche qui molti elementi fantastici sono solo di contorno o talmente cliché da non meritarsi di essere affiancati alla parola “fantastico”. Ido è uno gnomo, ma potrebbe essere un nano, come potrebbe essere un umano non tanto alto: non cambierebbe niente. Nihal potrebbe essere l’ultima mezzelfo o l’ultima mezzorco o l’ultimo azteco: non cambierebbe niente. Gli stessi draghi, se sostituiti da più comuni cavalli da guerra, non richiederebbero particolari aggiustamenti alla storia. Questo perché molti di questi elementi fantasy sono generici: Ido è uno gnomo, ma è mera etichetta, l’autrice non entra mai in merito di cosa significhi l’essenza della “gnomosità”, a esclusione della scarsa statura.

Uno gnomo
Lui è un vero gnomo!

Neppure in Ash gli elementi fantastici paiono molti, tanto che all’inizio può sembrare un romanzo storico. Tuttavia quando compare il fantastico è:

  • Originale, almeno in rapporto all’ambientazione.
  • Decisivo. Se si togliesse l’elemento fantastico, l’intera vicenda di Ash andrebbe riscritta.
    Mostra spoiler per la storia di Ash ▼

Anzi, uno dei difetti di Ash, specie nel finale, è il ruolo esagerato che il fantastico ha nella narrazione. Nondimeno, se decido di leggere un romanzo fantasy, preferisco scoprire che ci sia troppa fantasia, piuttosto che manchi.

 

Ricapitolando, Ash è un romanzo migliore rispetto a opere italiane similari, perché:

  • È più verosimile, più concreto e ricco di particolari specifici.
  • È narrato con uno stile che meglio permette d’immergersi nella storia.
  • Ha nel proprio cuore il fantastico, il sense of wonder, su cui è costruito il resto, a differenza di tante storie “generiche” agghindate da fantasy.

 

Piccola FAQ!

Hai citato Troisi e Angelinelli, ma un Altieri scrive meglio della Gentle! Perché non hai preso a confronto lui?
Perché non è donna, perché non ha eroine guerriere come protagoniste e perché non scrive fantasy! Farlo rientrare nel genere per Magdeburg lo trovo una forzatura. In ogni caso è vero: Altieri è capace di scrivere tanto bene quanto la Gentle, se non meglio.

Facile star lì a far le pulci agli autori italiani! Perché non fai lo stesso con gli stranieri? Eh? Eh? Eh?
Perché sono italiana e m’interessa la letteratura del mio Paese. E perché lo scopo dell’operazione è proprio dimostrare che, almeno per ora, gli scrittori stranieri di fantasy sono più bravi.

A me sembri solo una ragazza:
invidiosa, (giudizio di varie persone)
presuntuosa, (varie persone)
acida, (Valentina & altri)
e che scrive questi articoli per il puro piacere di offendere e sentirsi gagliarda (Simona, ma che poi non si chiede chi io mi creda di essere, lei lo sa già)
Chi ti credi di essere?!

Sono amica del Coniglietto Grumo! kaos-whiteusagi03.gif

Sei stata lì a ricopiare tutti quei brani dai romanzi? Non hai niente di meglio da fare? Perché non ti trovi un ragazzo?
A parte che ho usato scanner e OCR, cosa ci fai ancora qui? Cercati un sito porno e pensa agli affaracci tuoi!

Ho letto le Cronache del Mondo Emerso in tre giorni! Sono bellissime!!!!!!!! Nihal è il mio personaggio preferito!!!!!!!! Sennar ti amo!!!!!!
Questa non è una domanda.

Che importa se tagliare la gente in due non è realistico! È fico!
Neanche questa è una domanda.

Sono la mamma. Ma com’è ‘sta storia che vai a cercare le scene di sesso nei romanzi?
Ops…


Approfondimenti:

bandiera IT Cronache del Mondo Emerso su iBS.it

bandiera EN Ash: A Secret History su Amazon.com (volume unico in inglese)

bandiera IT Il sito di Licia Troisi
bandiera EN Mary Gentle su Wikipedia
bandiera EN Der Golem su IMDB
bandiera EN Richard Stein’s Japanese Sword Guide

Scritto da GamberolinkCommenti (36)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Recensioni :: Romanzo :: Chariza. Il Soffio del Vento

Copertina di Chariza. Il Soffio del Vento Titolo originale: Chariza. Il Soffio del Vento
Autore: Francesca Angelinelli

Anno: 2007
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Runde Taarn

Genere: Fantasy
Pagine: 244

L’Imperatore Yoshio Ryokin governa sullo Si-hai-pai, un regno fantastico che ricorda da vicino il Giappone medievale. Un giorno misteriosi attentatori riescono ad avvelenare l’Imperatore. Yoshio sopravvive, ma si rende conto di non essere più al sicuro neanche nella capitale del regno, Hoh-ma. Decide allora di allontanare da sé la moglie e l’unico figlio ed erede al trono, il piccolo principe Suzume. Per difenderli, li affidata a una guerriera mercenaria, che già una volta gli salvò la vita e di cui forse è innamorato: Chariza.
Per anni Chariza scorazza l’imperatrice e il rampollo reale per il Si-hai-pai, nel tentativo di sfuggire ai sicari, finché un tragico precipitare degli eventi non la convince che sia meglio riportare Suzume dal padre.
Il romanzo è per buona parte la cronaca del viaggio che Chariza, Suzume e un giovane cavaliere fedele all’Imperatore, Yukai, compiono per riuscire a tornare a Hoh-ma.

Si-hai-pai
Il mondo di Chariza. Clicca per ingrandire

La prima cosa che colpisce in Chariza, è l’ambientazione orientaleggiante. È un’ambientazione del tutto originale per il fantasy occidentale, benché sia piuttosto comune in diversi anime e manga. Come estetica generale ricorda gli scenari dei chambara giapponesi (Lone Wolf and Cub, Zatoichi, ecc. e per rimanere nel recente e forse più calzante, Azumi di Kitamura), con però sfumature più legate al wuxia, in vago stile Zhang Yimou (Hero, House of Flying Daggers, Curse of the Golden Flower).
Il Si-hai-pai è ben tratteggiato e penso che possa apparire come un’ambientazione robusta anche per chi non sia appassionato di cultura orientale. Tuttavia, più di una volta il Si-hai-pai è troppo tratteggiato: i particolari naturalistici, paesaggistici e meteorologici vengono a noia molto in fretta. Tutto quel parlare di fiori e alberi e verzura mi ha fatto venir nostalgia del cemento!

Ciliegi in fiore
Ciliegi in fiore, tipica verzura nipponica

Dove la caratterizzazione del Si-hai-pai si allontana di molto dal vero Oriente e assume tratti inverosimili è nei rapporti sociali: l’Imperatore è un incredibile buontempone, che non si fa problemi a offrire il tè a semplici soldati perché, poveretti, hanno portato un peso sotto il sole! L’Imperatore è amico di questo e quest’altro e addirittura Yukai, misero Capitano, gli si rivolge dandogli del tu! Non ci sono più gli Imperatori di una volta!

L’inverosimile (e spesso lo stupido o l’incongruente) riappare molto spesso. Qualche esempio a caso.
Chariza, Yukai e Suzume, in fuga dai misteriosi nemici, usano senza problemi i loro veri nomi. M’immagino la scena:

«Salve, gente! Sono un sicario! Sono mica passati da questo villaggio tre tizi: uomo, donna, bambino? Aria sospetta? Armati?»
«Sì, forse, come hanno detto di chiamarsi? Vediamo… se mi ricordo… credo Chariza, Yukai e Suzume… sì, il bambino si chiamava Suzume!»
«Sono loro!» esclamò un secondo sicario. «Però è strano, qui c’è scritto che dovrebbero essere furbi

Inoltre i nostri tre prodi, pur inseguiti, si fermano per la festa di mezz’estate e pur sapendo quanto sia pericoloso presentarsi in pubblico, non rinunciano neppure alla parata della festa d’inverno! Quando avvistano nemici lungo la strada, invece di nascondersi, vanno loro incontro!
Nondimeno, neanche i nemici brillano per furbizia: avendo la possibilità di uccidere sia Chariza sia Yukai, e pur essendo stato loro ordinato di farlo, i banditi preferiscono soprassedere, perché… credo perché altrimenti il romanzo sarebbe finito a pagina 130 e ci sarebbero state altre 100 pagine vuote! Quando i banditi finalmente riescono a rapire il piccolo principe Suzume, decidono di tenerlo con sé, invece di consegnarlo all’oscuro datore di lavoro, finché… be’ finché Chariza e Yukai non vengono a salvarlo. Banditi dal cuore d’oro!
Altri nemici inseguitori vengono uccisi in maniera misteriosa: Yukai teme si possa trattare di magia, Chariza, che non crede alla magia, sospetta di nuovi avversari dotati di poteri ESP. Non si saprà mai: l’autrice si scorda dell’episodio, i protagonisti pure, e pace.

I combattimenti, anche in ottica fantasy, sono irrealistici, spesso generici e in generale deludenti. Non vengono forniti o quasi dettagli tecnici riguardo armi, armature o tattiche di combattimento. Chariza stessa è armata di una generica “spada”, di nome Kageboshi. Kageboshi è l’unica spada del regno a essere dipinta di bianco. E questo è più o meno tutto. Non si sa neanche se sia una katana o una spada di foggia occidentale o se non sia uscita da qualche Final Fantasy. Per maggiori particolari assurdi riguardo ai combattimenti in Chariza, rimando all’articolo di confronto tra Nihal, Chariza e Ash.

Kageboshi
Che sia l’arma di Chariza?

I personaggi. Solo quattro personaggi ricevono un minimo di attenzione: l’Imperatore, Chariza, Yukai e Suzume.
L’Imperatore, come detto, appare quale un gran amicone un po’ stupidotto (sì, avresti dovuto chiudere il passaggio “segreto” del bordello prima di essere avvelenato, non cinque anni dopo!): purtroppo non credo che le intenzioni dell’autrice fossero di dipingerlo in quest’ottica…
Suzume è un bambino. È descritto come tale e seppure non rimanga impresso (non è un Daigoro) almeno non è fastidioso, come invece troppo spesso accade quando si tirano dentro i bambini nei romanzi d’avventura.
Yukai è un giovane cavaliere dal passato sregolato. Avrebbe dovuto essere espulso dall’esercito ma se l’è cavata perché amico dell’Imperatore. Insomma un raccomandato, ma simpatico! Tutte le ragazze che incontrerà lungo il viaggio s’innamoreranno di lui, ma lui non potrà ricambiarle, perché segretamente innamorato di Chariza! Amore impossibile perché si è convinto che invece lei sia l’amante dell’Imperatore, e come potrebbe lui, soldatino qualunque, competere con l’Imperatore? Oh, poverino! Yukai dovrebbe risultare qualcosa del tipo “simpatica canaglia” e forse un abbozzo c’è, anche se so già che fra una settimana mi sarò scordata di lui.
E veniamo a Chariza, la protagonista. Chariza è (ovviamente) di una bellezza ai limiti dell’indescrivibile. Altera, fredda, imperturbabile, statuaria, marmorea, ecc. ecc. Anche quando viene ferita al volto non ci sarà da preoccuparsi: a quanto pare è refrattaria alle cicatrici! Chariza è inoltre coraggiosa, direi a tratti spavalda, e come si è già visto non furbissima. A sua scusante c’è che è (ovviamente) la miglior spadaccina dello Si-hai-pai. In mezzo a tanti cliché, però Chariza può vantare un briciolo di originalità: infatti convive con una feroce maledizione, la maledizione dell’avidità!
Maledetta per aver rubato quel che non avrebbe dovuto, Chariza è costretta a provare un desiderio incontrollabile per tutto quanto sia bello, ricco, unico, e prezioso. Insomma una specie di Ferengi. Questa maledizione sarebbe potuta essere un toccasana per il romanzo, se davvero la maledizione fosse incontrollabile. In realtà Chariza l’ha sempre sotto controllo, e perciò all’atto pratico è come se non ci fosse (con l’aggravante che però il lettore deve sorbirsi la continua lotta interiore di Chariza, lotta sempre vinta). In certi punti pare che persino l’autrice si scordi che Chariza è maledetta: all’inizio del romanzo, dopo aver ucciso un nemico, ne fruga il corpo in cerca di denaro, più avanti, di fronte a un altro cadavere, non solo non lo perquisisce, ma usa il proprio mantello per dargli improvvisata sepoltura! Ovvero, non solo non è più avida, ma dimostra addirittura generosità!
I “Cattivi” non hanno tra le loro fila nessun personaggio degno di attenzione. Sono tutti indistinta carne da macello.

Lo stile dell’autrice è a tratti buono e scorrevole, ma in altri momenti, specie in certe descrizioni e nei dialoghi, è pesante. I dialoghi sono un punto dolente: già di per sé non sono brillanti, intervallati come sono a ogni battuta da considerazioni e digressioni, diventano ridondanti e pedanti. Per rendere l’idea, affidandomi a un pizzico di parodia:

«Ah, brutti banditi bastardi! Mo’ vi acchiappo e vi meno!» gridò Chariza, dimostrando così ai brutti banditi bastardi la propria malcelata intenzione di acchiapparli e menarli.

La storia è lineare e si lascia seguire, ma la sequela di agguati, combattimenti e feste di paese, si rivela alla fine un po’ monotona.

Per concludere: il romanzo non è bello. Non lo definirei neppure orribile, ma è comunque dal lato sbagliato della mediocrità. L’ambientazione ha un suo fascino, ma se si è appassionati d’Oriente potrebbe rivelarsi un’amara sorpresa, vista la mancanza di sostanza dietro le schiere di ciliegi, fior di loto e risaie invase dal fango.

Mi sento in dovere di spendere qualche parole per la casa editrice, tale Runde Taarn. Nel suo blog, l’autrice ha ammesso di aver pagato i tipi della Runde per pubblicare, per l’esattezza ha speso 1200 euro (anche se non so per quante copie di tiratura).
Le case editrici a pagamento mi ricordando certe offerte di lavoro che capitano a mio fratello: sei mesi senza stipendio, per avere come premio un contratto per altri sei mesi senza stipendio. Geniale! Oppure come se io mi recassi ai mercati generali, comprassi la frutta, la regalassi al mio fruttivendolo, e poi la ricomprassi da lui! («Cosa ci vuoi fare, Chiara, i supermercati e la grande distribuzione ci strangolano, solo se i clienti ci aiutano possiamo sopravvivere!»)
Premesso ciò, ognuno ha il sacrosanto diritto di spendere i soldi come meglio creda.

Vediamo però, oltre alla tiratura di n copie, quel che ha fatto la Runde Taarn con i 1200 euro:

Be’, ha stampato il libro. Il prodotto ha sicuramente una veste professionale. La carta pare di ottima qualità, la rilegatura, seppur in brossura, appare robusta (e io sono una che spesso i libri li “violenta”), all’interno vi sono due illustrazioni a colori e il prezzo è incoraggiante (8 euro).

Ha distribuito il libro. Qui le cose sono meno brillanti: il libro è fisicamente presente solo in poche librerie, i tempi di attesa nelle librerie online sono piuttosto alti (iBS segna 3 settimane), e il sito della casa editrice non offre nessun form per ordinare il libro. Il libro può essere ordinato, ma bisogna mettersi d’accordo “a mano”.
Non sono in grado di giudicare se questo sia un servizio accettabile, certo è già meglio di altri (sto parlando con te, Larcher Editore! Zeferina disponibile su iBS a partire da Luglio 2007, sì col piffero!)

Copertina del romanzo Zeferina
Zeferina, dove sei?!

Tuttavia, stampare e distribuire un libro, nell’era di Internet e del print on demand, sono servizi che si possono ottenere senza passare da un editore, e in media spendendo meno.
Dove l’editore dovrebbe offrire quel qualcosa in più in termini di competenza, dovrebbe essere nell’editing del libro stesso.
E qui è un disastro!
Il romanzo è pieno di refusi. Capita anche con libri pubblicati da case editrici più famose, ma ci sono due aggravanti: la quantità degli errori, davvero eccessiva, e il fatto che ci siano errori scopribili dal controllo ortografico di un qualunque elaboratore testi. Non ci sono scuse per questi di errori!
Inoltre sono state fatte delle scelte stilistiche/tipografiche molto discutibili. I dialoghi e i pensieri dei personaggi, pur racchiusi rispettivamente fra “caporali” e virgolette, sono tutti in corsivo! Per nessuna buona ragione, se non affaticare la vista del lettore. Dopo i punti esclamativi (!) e i punti di domanda (?) non c’è mai la lettera maiuscola. All’inizio ho pensato fossero refusi, ma essendo così per tutto il romanzo, dev’essere stata una scelta: mi piacerebbe capire quale vantaggio ci sia a ignorare le regole della grammatica…
Ma soprattutto l’editing di un romanzo dovrebbe occuparsi della scorrevolezza del testo, eppure si possono leggere frasi di questo genere (una kiniru è simile a una geisha):

Fortunatamente le kiniru che l’avevano conosciuta in precedenza e che sapevano bene che Chariza non era una donna a cui piacesse parlarsi addosso, arrivarono in suo soccorso prima che le ragazze divenissero troppo insistenti e si sedevano accanto a lei raccontandole alcuni fatti gustosi accaduti alla Capitale e che potevano riguardare persone che anche lei conosceva.

Una frase così, troppo lunga e con i tempi verbali sballati, non è un errore di ortografia che possa sfuggire a un editor fermo a penna e calamaio. Qui qualcuno ha letto e se n’è bellamente fregato, oppure davvero ha pensato che fosse presentabile così. In entrambi i casi, tale editor della Runde Taarn dovrebbe trovarsi un altro lavoro (sempre che la Runde abbia un editor).
In altri punti ci sono evidenti contraddizioni a poche righe di distanza. Per esempio, in un punto l’Imperatore è troppo ubriaco per potersi difendere, eppure riesce ugualmente a sconfiggere l’assalitore che cerca di ucciderlo tre righe dopo. Basta togliere due parole e non rendere l’Imperatore così ubriaco, e subito quel pezzo migliora, e di molto. All’autrice può essere sfuggito, altri avrebbero dovuto accorgersene.

Per finire, il Coniglietto Grumo kaos-whiteusagi16.gif si è sentito rizzare tutti i peli sulla schiena, leggendo, sempre dal blog dell’autrice:
“L’ultima volta che l’ho vista la mia editrice mi ha confessato che la prima volta che ha letto Chariza ha pensato che avessi plagiato perché non credeva che una ragazza così giovane quale io sono (beh, non poi così tanto dopo tutto i miei 25 li ho tutti) fosse riuscita a creare personaggi con tanto spessore come sono Chariza, Yukai e gli altri.”
Cara signora o signorina editrice, i casi sono due: o sbrodola lodi per spillare soldi agli scrittori esordienti, che non credo sia pratica illegale, ma certo è pratica disgustosa, oppure davvero crede in quel che ha detto. In entrambi i casi faccia un piacere a se stessa, agli scrittori e ai lettori: CAMBI MESTIERE.

Coniglietto triste
L’animo del Coniglietto Grumo è devastato! Cattiva Runde Taarn, Cattiva!


Approfondimenti:

bandiera IT Chariza World: blog dell’autrice dedicato a Chariza
bandiera IT Il sito della Runde Taarn Edizioni

bandiera EN Chambara su Wikipedia
bandiera EN Wuxia su Wikipedia

bandiera IT Il sito di Zeferina

 

Giudizio:

Ambientazione originale e ben descritta. +1 -1 Anche se a tratti fin troppo descritta.
La maledizione di Chariza era una buona idea. +1 -1 Buona idea sfruttata male.
-1 Scene di combattimento campate per aria.
-1 Troppo spesso i personaggi agiscono stupidamente.
-1 Dialoghi barbosi.
-1 Editing pessimo.

Quattro Gamberi Marci: clicca per maggiori informazioni sui voti

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