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La Bizzarra Starfish Girl

Copertina di Starfish Girl Titolo originale: Starfish Girl
Autore: Athena Villaverde

Anno: 2010
Nazione: Canada
Lingua: Inglese
Editore: Eraserhead Press

Genere: Bizarro Fiction, Fantasy Ittico
Pagine: 160

Starfish Girl, romanzo di esordio della giovane autrice canadese Athena Villaverde (non so se sia uno pseudonimo), rientra in quel sottogenere della narrativa fantastica che è la Bizarro Fiction. Per chi fosse a digiuno di questo sottogenere, segue una breve introduzione, gli altri possono saltare oltre.

1. Breve introduzione alla narrativa bizzarra.
2. Recensione di Starfish Girl.

Breve introduzione alla narrativa bizzarra

La Bizarro Fiction esiste da circa dieci anni, con la pubblicazione da parte della Eraserhead Press – casa editrice fondata nel 1999 da Carlton Mellick III – della prima serie di antologie e romanzi “bizzarri”: Some Things are Better Left Unplugged di Vincent W. Sakowski, SZMONHFU di Hertzan Chimera, The Kafka Effect di D. Harlan Wilson, Satan Burger di Carlton Mellick III, Shall We Gather at the Garden? di Kevin L. Donihe, e Skimming the Gumbo Nuclear by M. F. Korn.

Copertina di Satan Burger
Satan Burger di Carlton Mellick III, uno dei romanzi di Bizarro Fiction di maggior successo

Tuttavia la scelta del termine “Bizarro” per definire questo tipo di opere risale solo al 2005. Quell’anno le tre principali case editrici specializzate nel genere (Eraserhead Press, Raw Dog Screaming Press e Afterbirth Books) decisero che “Bizarro” era appunto un buon termine per indicare il genere di libri che pubblicavano.

Il sito di riferimento per la Bizarro Fiction, ovvero Bizarro Central, così definisce il Bizarro:

bandiera EN 1. Bizarro, simply put, is the genre of the weird.
2. Bizarro is literature’s equivalent to the cult section at the video store.
3. Like cult movies, Bizarro is sometimes surreal, sometimes avant-garde, sometimes goofy, sometimes bloody, sometimes borderline pornographic, and almost always completely out there.
4. Bizarro strives not only to be strange, but fascinating, thought-provoking, and, above all, fun to read.
5. Bizarro often contains a certain cartoon logic that, when applied to the real world, creates an unstable universe where the bizarre becomes the norm and absurdities are made flesh.
6. Bizarro was created by a group of small press publishers in response to the increasing demand for (good) weird fiction and the increasing number of authors who specialize in it.
7. Bizarro is like:

  • Franz Kafka meets John Waters
  • Dr. Suess of the post-apocalypse
  • Takashi Miike meets William S. Burroughs
  • Alice in Wonderland for adults
  • Japanese animation directed by David Lynch

bandiera IT 1. Il Bizarro, detto semplicemente, è il genere dell’assurdo.
2. Il Bizarro è l’equivalente letterario della sezione film cult del videonoleggio.
3. Come per i film cult, il Bizarro è qualche volta surreale, qualche volta avant-garde, qualche volta sciocco, qualche volta sanguinario, qualche volta al limite della pornografia e sempre fuori di testa.
4. Il Bizarro non punta a essere solo il genere dello “strano”, ma punta anche a essere un genere affascinante, intellettualmente stimolante e, soprattutto, divertente da leggere.
5. Il Bizarro spesso si basa su una certa logica da cartone animato che, quando applicata al mondo reale, crea un universo instabile dove il bizzarro diventa la norma e le assurdità acquistano concretezza.
6. Il Bizarro è stato creato da un gruppo di piccoli editori in risposta all’aumentare della domanda per la (buona) narrativa weird e al crescere degli scrittori specializzati in questo ambito.
7. Il Bizarro è come:

  • Franz Kafka incontra John Waters
  • Un Dr. Suess post-apocalittico
  • Takashi Miike incontra William S. Burroughs
  • Alice nel Paese delle Meraviglie per adulti
  • Animazione giapponese diretta da David Lynch.

* * *

Un’intervista alla direttrice della Eraserhead Press, Rose O’Keefe, chiarisce meglio i concetti. Riporto le domande e risposte più interessanti:

bandiera EN Q: Can you give me some short examples of typical Bizarro stories and what makes them Bizarro?
A: “Washer Mouth” by Kevin L. Donihe is about a washing machine who becomes human in order to follow his dream of becoming a soap opera star. “Sex and Death in Television Town” by Carlton Mellick III – a weird western where a band of hermaphrodite gunslingers have their last stand in a town where its citizens have televisions for heads. “Shatnerquake” by Jeff Burk is about every character that William Shatner has ever played enter our reality with one mission: hunt down and destroy the real William Shatner. Mykle Hansen’s “Help! A Bear is Eating Me!” is about a man trapped under his SUV in the middle of the wilderness, while he is slowly being eaten by a bear. “The Emerald Burrito of Oz” by John Skipp and Marc Levinthal. Not only is the world of Oz a real place, but it’s also a hot new tourist attraction! “The Haunted Vagina” by Carlton Mellick III is about the relationship problems that occur once a man discovers that his girlfriend’s vagina is a gateway to the world of the dead. “Ass Goblins of Auschwitz” by Cameron Pierce… On second thought, you probably don’t want to know what this one is about… But the true weirdness of these books is in all the odd little details.

bandiera IT D: Potresti indicare alcuni brevi esempi di una tipica storia di Bizarro Fiction e perché sarebbero Bizarro?
R: “Washer Mouth” di Kevin L. Donihe parla di una lavatrice che diventa umana per seguire il suo sogno di diventare una star delle soap opera. “Sex and Death in Television Town” di Carlton Mellick III – un weird western nel quale una banda di pistoleri ermafroditi affronta un ultimo combattimento in una città i cui abitanti hanno televisori al posto della testa. “Shatnerquake” di Jeff Burk parla di come ognuno dei personaggi interpretati da William Shatner penetri nella nostra realtà con una missione: cercare e distruggere il vero William Shatner. “Help! A Bear is Eating Me!” di Mykle Hansen parla di un uomo intrappolato sotto il suo SUV in mezzo a un bosco mentre è lentamente mangiato da un orso. “The Emerald Burrito of Oz” di John Skipp e Marc Levinthal. Non solo il mondo di Oz è un posto reale, ma è anche una nuova ed eccitante attrazione turistica! “The Haunted Vagina” di Carlton Mellick III parla dei problemi di coppia che nascono quando un uomo scopre che la vagina della sua ragazza è un portale per il regno dei morti. “Ass Goblins of Auschwitz” di Cameron Pierce… Ripensadoci, probabilmente non hai voglia di sapere di cosa parla… Ma la vera stranezza di questi libri è tutta nei piccoli dettagli.

Rose O’Keefe e Carlton Mellick III
Rose O’Keefe e Carlton Mellick III

Sulla differenza tra il Bizarro e la tradizionale narrativa fantastica:

bandiera EN Q: Pick your favorite non-Bizarro fantasy or science fiction story and give me an example of how it might have been different if written as a Bizarro story.
A: Many people say that science-fiction is weird fiction. But the thing is, most science-fiction has only a single weird element to the story. With bizarro, there are three or more. So to make a science-fiction story bizarro, two or more weird elements should be added.
Since my favorite science-fiction and fantasy stories already lean toward the bizarro side, I’ll just choose one that everyone’s familiar with:
Jurassic Park – the weird element for this that makes it science-fiction is that it is about a zoo for dinosaurs. So to add another weird element, I’d change the characters from a nice family of scientists to a group of pornographers who have broken into the park in order to film bestiality fetish porn with the dinosaurs. For a third weird element, I’d make it so that the act of having sex with these dinosaurs somehow gave the porn actors super powers. Right there, the story would be weird enough to be labeled bizarro. I’m not sure if it would be any good, but it would be bizarro.

bandiera IT D: Scegli la tua storia preferita fantasy o fantascienza non-Bizarro e fai un esempio di come sarebbe differente se scritta nell’ottica del Bizarro.
R: Molta gente pensa che la fantascienza sia narrativa weird. Ma il punto è che la gran parta delle storie di fantascienza hanno un solo elemento weird. Con il Bizarro, ce ne sono tre o di più. Perciò per rendere una storia di fantascienza Bizarro, bisogna aggiungere due o più elementi.
Dato che le storie di fantascienza e fantasy che preferisco tendono già molto al Bizarro, semplicemente sceglierò una storia che è familiare a tutti:
Jurassic Park – l’elemento weird, che rende la storia fantascienza, riguarda uno zoo per i dinosauri. Aggiungiamo un altro elemento di weird, cambierò i personaggi da un’allegra famigliola di scienziati a un gruppo di pornografi che hanno fatto irruzione nel parco per filmare video porno di zoofilia con i dinosauri. Per il terzo elemento weird, farò in modo che l’avere rapporti sessuali con i dinosauri in qualche maniera doni superpoteri agli attori porno. Ecco qui, la storia sarebbe weird a sufficienza per essere catalogata Bizarro. Non sono sicura sarebbe una buona storia, ma sarebbe Bizarro.

Naturalmente il fatto che le tradizionali storie di fantasy o fantascienza abbiano spesso un solo elemento “weird” (o semplicemente fantastico) è voluto: l’intera storia è costruita attorno a quell’elemento, e il realismo degli elementi di contorno serve per donare credibilità a quell’unico elemento fuori dal comune. Un meccanismo che già spiegava Lovecraft nelle Notes on Writing Weird Fiction.
Tuttavia non mancano tra i classici del fantastico opere con più di un elemento weird al fulcro della vicenda. Per esempio ne Il Giorno dei Triffidi (The Day of the Triffids, 1951) di John Wyndham gli elementi weird/fantastici cruciali sono due: lo strano fenomeno che rende l’intera popolazione cieca & la riottosità delle piante senzienti.

Copertina dell’edizione originale de Il Giorno dei Triffidi
Copertina dell’edizione originale de Il Giorno dei Triffidi

È interessante anche notare che nei romanzi meglio riusciti di Carlton Mellick III – di gran lunga il più bravo autore di Bizarro Fiction e in assoluto uno scrittore geniale – nonostante la sovrabbondanza di elementi weird non solo venga mantenuta la coerenza interna, ma le storie abbiano una loro verosimiglianza che rivaleggia con quella della narrativa fantastica più “tranquilla”.

Sul rapporto tra New Weird e Bizarro Fiction:

bandiera EN Q: Jeff and Ann VanderMeer are compiling an anthology of “The Weird,” and I’ve heard terms like The New Weird used to describe “weird” fiction for a while. How is Bizarro Fiction different from Weird Fiction, or is it?
A: New Weird and Bizarro might seem like similar genres, but they are actually quite different. A big thing that separates them is the audience. Not many readers of New Weird like bizarro and not many readers of Bizarro like New Weird. There is a little crossover, but not much. Bizarro is a genre of weirdness. People who buy bizarro are buying it for the sole reason that they want to read something weird. The kind of fiction that is too weird to be categorized anywhere else. These aren’t the same people who are buying New Weird. People buy New Weird because they want cutting edge speculative fiction with a literary slant. It’s kind of like slipstream with a side of weirdness. But bizarro readers want weirdness with a side of more weirdness.
Another thing that separates Bizarro and New Weird is that Bizarro leans toward the humorous low brow side. New Weird leans toward the literary high brow side. There is Bizarro that is smart and there is New Weird that is fun, but for the most part they are separated because bizarro is mostly for entertainment and New Weird shoots to be high art. At least higher art than bizarro.

bandiera IT D: Jeff e Ann VanderMeer stanno preparando un’antologia dedicata al “The Weird”, e da un po’ di tempo sento usare locuzioni come The New Weird per descrivere la narrativa “weird”. In che misura la Bizarro Fiction è differente dal New Weird, se c’è differenza?
R: New Weird e Bizarro possono sembrare generi simili, ma sono in effetti abbastanza differenti. Una grossa differenza sta nel pubblico. A non molti lettori di New Weird piace il Bizarro e a non molti lettori di Bizarro piace il New Weird. C’è una certa sovrapposizione, ma è limitata. Il Bizarro è il genere dell’assurdo. Le persone che comprano Bizarro lo comprano per la sola ragione che vogliono leggere qualcosa di assurdo. Un tipo di narrativa troppo weird per essere catalogata altrove. Non sono le stesse persone che comprano New Weird. Le persone comprano New Weird perché vogliono narrativa fantastica allo stato dell’arte con influssi letterari. Una sorta di slipstream con contorno di stranezza. Ma i lettori di Bizarro vogliono stranezza con un contorno di ancor più stranezza.
Un’altra cosa che separa Bizarro e New Weird è che il Bizarro tende verso il divertimento. Il New Weird tende verso l’alta letteratura. Esiste Bizarro colto e New Weird divertente, ma per la maggior parte i generi sono separati perché lo scopo del Bizarro è perlopiù l’intrattenimento, mentre il New Weird punta all’arte. O almeno a un’arte più elevata del Bizarro.

Non sono del tutto d’accordo. È vero che sotto la spinta di VanderMeer con le sue aspirazioni da scrittore “serio” di literary fiction il New Weird ha assunto un tono di pretenziosità, ma spesso è solo facciata.
Per accorgersene basta confrontare opere New Weird con opere di Bizarro Fiction. Per esempio se si accosta The Baby Jesus Butt Plug di Carlton Mellick III con The Situation di Jeff VanderMeer ci si può accorgere che l’atmosfera è simile e spesso persino i dettagli sono vicini.

Copertine della vecchia e della nuova edizione di The Baby Jesus Butt Plug
Copertine della vecchia e della nuova edizione di The Baby Jesus Butt Plug

Il protagonista di Mellick al lavoro:

bandiera EN After lunch, I find my cubicle has been overrun with thousands of green lemon bugs, crawling over each other and biting each other’s limbs off. I try sitting down and wiping them away, but there are too many of them. I stand up and tell them to go away, but green lemon bugs are the most disobedient of pests.
My manager pats me on the back, admiring the insects devouring my work station.
“Excellent, Joe,” he tells me. “Excellent, excellent work.”

bandiera IT Dopo pranzo, trovo il mio cubicolo invaso da migliaia di insetti verde limone, zampettano uno sopra l’altro e si staccano gli arti a morsi. Provo a sedermi e a spazzarli via, ma ce ne sono troppi. Mi alzo e dico loro di andarsene, ma gli insetti verde limone sono il genere più disobbediente di insetti.
Il mio manager mi dà una pacca sulla schiena, mentre ammira gli insetti che divorano la mia postazione di lavoro.
“Eccellente, Joe,” mi dice. “Lavoro eccellente, eccellente.”

Il protagonista di VanderMeer al lavoro:

bandiera EN I remember coming into one meeting with the Manager, holding the beetle I had just created in my office. It was emerald, long as hand, but narrow, flexible. It had slender antennae that curled into azure blue sensors on the ends, its shining carapace subdivided in twelve exact places. The beetle would fit perfectly in a school child’s ear and clicked and hummed its knowledge into them.

bandiera IT Mi ricordo di essere arrivato a una riunione con il mio Manager reggendo lo scarabeo che avevo appena costruito nel mio ufficio. Era smeraldo, lungo come una mano, ma affusolato, flessibile. Aveva antenne sottili che si incurvavano alle estremità in sensori azzurri, il carapace scintillante era diviso in dodici sezioni uguali. Lo scarabeo si sarebbe infilato perfettamente nell’orecchio di uno scolaro, e schioccando e ronzando gli avrebbe trasmesso la conoscenza.

E allo stesso modo un romanzo come War Slut, sempre di Mellick, potrebbe rientrare nel New Weird senza difficoltà. È vero che agli estremi del Bizarro ci sono opere così surreali e assurde da non somigliare a nessun romanzo considerato New Weird, ed è vero che tali opere non accontenterebbero la definizione di New Weird proposta da Jeff VanderMeer[1], tuttavia sono appunto gli estremi, non la maggioranza. La sovrapposizione tra New Weird e Bizarro è molto più ampia di quanto non sembri. E, parlando personalmente, mi piace leggere sia New Weird sia Bizarro; passo dall’uno all’altro e viceversa senza difficoltà.

Copertina provvisoria di The Weird
Copertina provvisoria per l’antologia The Weird curata dai coniugi VanderMeer. Di prossima pubblicazione

Un ultimo punto importante nell’intervista alla O’Keefe è il rapporto tra Bizarro e letteratura sperimentale:

bandiera EN Experimental fiction is weirdness of style. Bizarro fiction is weirdness of plot. Bizarro is not typically described as “high art,” whereas experimental fiction usually is or at least tries to be.

bandiera IT La letteratura sperimentale è stranezza nello stile. La Bizarro Fiction è stranezza negli avvenimenti. Il Bizarro non è tipicamente descritto come “arte alta”, mentre la letteratura sperimentale spesso lo è, o almeno prova a esserlo.

Che è la stessa posizione illustrata da Carlton Mellick III in questo articolo. Inoltre Mellick aggiunge (enfasi mia):

bandiera EN It is possible to write experimental fiction that is also bizarro fiction. That is when a book has a weird style as well as a weird plot. Some bizarro writers who can pull this off are Jeremy C. Shipp, Eckhard Gerdes, Steve Beard, and pretty much all of the bizarros published through Raw Dog Screaming Press. Some of these authors still have one foot (or a big toe) in the experimental scene, even though they are labeled bizarro. A couple of my books are on the experimental side as well (like Razor Wire Pubic Hair). However, in my opinion, bizarro works best when the unusual writing style doesn’t overwhelm the plot. Weird plots are why people read bizarro, so plot can’t take a backseat to the style.

bandiera IT È possibile scrivere narrativa sperimentale che sia anche Bizarro Fiction. Succede quando un libro ha uno stile strano oltre che una trama strana. Alcuni autori di Bizarro che ci riescono sono Jeremy C. Shipp, Eckhard Gerdes, Steve Beard, e più o meno tutti quelli pubblicati attraverso la Raw Dog Screaming Press. Alcuni di questi autori hanno un piede (o un alluce) nella scena della narrativa sperimentale, sebbene siano considerati autori di Bizarro. Anche un paio di miei libri tendono allo sperimentale (per esempio Razor Wire Pubic Hair). Tuttavia, secondo me, le opere di Bizarro funzionano meglio quando uno stile di scrittura inusuale non predomina sulla trama. Le persone leggono Bizarro per gli avvenimenti assurdi, la trama non deve passare in secondo piano rispetto allo stile.

Infatti lo stile di Mellick è molto “trasparente”, diretto e senza fronzoli. È importante sottolinearlo perché, specie in Italia, gli scrittori si nascondono dietro il paravento dello “sperimentale” per mascherare la loro ignoranza delle tecniche narrative. Sì, parlo con te, razza di pseudo scrittore che non sapevi neppure di aver scritto racconti di Bizarro Fiction finché io non te l’ho spiegato.

A proposito di Bizarro in Italia: a parte l’autore di cui sopra, che però scrive così male che è inutile perderci tempo, non c’è molto. L’unica opera tradotta è Help! A Bear is Eating Me! di Mykle Hansen. L’edizione italiana si intitola Missione in Alaska ed è stata pubblicata quest’anno da Meridiano Zero.
D’altra parte in Italia non si sente certo la mancanza di opere fantasiose e originali. Come spiega Luigi Briasco (ex editor per Fanucci e ora in Einaudi) in un’intervista a Il Giornale di qualche mese fa:

Ma il fantasy italiano, al di là del fatto che segua i modelli di una letteratura a formula, è di altissima qualità, richiede talento notevole ed è, senz’altro, meno seriale rispetto a quello anglosassone. Chi scrive, in Italia, è lettore di fantasy, ma poi sviluppa un suo percorso rispetto ai modelli internazionali.

Capito? Siamo noi gli originali. Proprio. La solita modesta proposta: se si cominciasse ad assumere gente che conosce il proprio mestiere? Sarebbe così brutto?

Copertina di Missione in Alaska
Copertina di Missione in Alaska

La trama di Help! A Bear is Eating Me! ruota intorno a un dirigente d’azienda intrappolato sotto il suo SUV in mezzo ai boschi dell’Alaska. Mentre un orso gli divora i piedi, il nostro eroe ricorda episodi della sua vita, ricostruisce i fatti che lo hanno condotto a quella triste situazione, si lancia in sconclusionati monologhi sui plantigradi.
Il romanzo è in prima persona e la voce narrante è quella di un personaggio che fa di tutto per suonare antipatico: è una persona che tiene solo al denaro e ai beni materiali; uno scansafatiche che rifila tutto il lavoro ai sottoposti e trova sempre qualche scusa per redarguirli; ha sposato una donna ricca e malata di cuore solo nella speranza che crepasse in fretta, in più la tradisce; è assuefatto a ogni genere di psicofarmaco. Lo stesso, via via che passano i giorni e diminuiscono le scorte di antidolorifici, si cominciano a prendere a cuore le sorti di questo tizio. In più la sua crescente ossessione per gli orsi dona alla narrazione una vena ironica che spesso sfocia nell’aperta risata. È ottimo humor nero.
Purtroppo, o per fortuna, a seconda dei gusti, Help! A Bear is Eating Me! è anche un romanzo molto poco Bizarro – per gli standard del Bizarro. Se si escludono gli ultimi capitoli, che vedono il protagonista ormai in preda alle allucinazioni, parliamo più di una commedia surreale che di Bizarro Fiction. Rimane una lettura divertente, non particolarmente rappresentativa del genere.

Se non si hanno difficoltà a leggere in inglese, consiglio i libri di Mellick: sono sempre opere di buon livello, anche quelle meno riuscite – c’è da aggiungere che Mellick scrive a un ritmo furibondo, ha pubblicato circa trenta volumi in dieci anni, e non sempre l’ispirazione è al massimo.
Per un approccio dolce al Bizarro propongo di Mellick il già citato War Slut e The Haunted Vagina. Opere di Bizarro ma non eccessivamente tali. Il primo in particolare potrebbe piacere a chi si avvicina al Bizarro partendo dalla fantascienza.

Copertine delle nuove edizioni di War Slut e The Haunted Vagina
Copertine delle nuove edizioni di War Slut e The Haunted Vagina

Un’altra buona scelta potrebbe essere quella del romanzo di cui parlerò adesso.

Recensione di Starfish Girl

In un futuro imprecisato, l’inquinamento ha reso la superficie terrestre inabitabile, costringendo gli ultimi sopravvissuti a rifugiarsi sotto una gigantesca cupola sottomarina. Solo che gli ultimi sopravvissuti non sono uomini, ma uomini-pesce: la storia è popolata da uomini-granchio, uomini-sogliola, uomini-piranha, donne-barracuda, e ogni altro genere di incroci. La protagonista, Ohime, è una ragazza quindicenne metà umana e metà stella marina. La sua compagna di avventure, la spietata assassina Timbre, è una donna-anemone.
Come se non bastasse, quasi tutti gli uomini-pesce sono dotati di impianti biomeccanici, perché sostituire parti del proprio corpo con corrispettivi meccanici è l’unica soluzione per arginare l’infezione da alga gialla, una misteriosa malattia che rende pazzi. Così l’uomo-squalo è anche dotato di sega circolare al posto della pinna dorsale, e l’uomo-granchio ha chele robotiche.
L’autrice dipinge uno scenario molto colorato, in stile anime. Pensate a Finding Nemo o ancora meglio al recente Ponyo di Miyazaki, anche se l’atmosfera è più oscura e adulta. È uno scenario molto diverso da quello tradizionalmente associato agli uomini-pesce: non ci sono quasi tracce di Lovecraft e del suo classico racconto “La maschera di Innsmouth” (“The shadow over Innsmouth”, 1936).

La cupola sottomarina dell’acquario di Seattle
La cupola sottomarina dell’acquario di Seattle

La storia inizia con Ohime che vestita nel suo abitino in stile gothic lolita, pieno di fiocchi e nastrini, si avvia saltellando a cercare “brave persone” (“nice people”) come le hanno raccomandato i genitori prima di morire. Purtroppo di brave persone non ne incontrerà tante, farà invece la conoscenza con ogni genere di feccia. Ma Ohime, armata di inguaribile ottimismo, non si darà per vinta e proseguirà nella sua missione.
Prima di trovare abbastanza brave persone, e prima che si sappia perché deve trovarle, Ohime dovrà anche affrontare il malvagio Dr. Ichii che ha elaborato un piano diabolico per divenire il padrone dell’intera cupola. Meno male che ad aiutare Ohime giungerà Timbre, assassina di professione ma con il classico cuore d’oro – o quasi.
In effetti i protagonisti sono stereotipati (anche se Ohime rivelerà delle sorprese), ma non l’ho trovato un grosso difetto, contando che la storia è una classica storia di viaggio e avventura, e il divertimento nasce più dalle scene d’azione e di pericolo che non dall’interazione tra i personaggi.
Più fastidioso è che la vicenda si dipani in maniera un tantino troppo lineare e prevedibile. La storia si segue piacevolmente, ma un colpo di scena o due non avrebbero guastato. Inoltre ci sono almeno due buchi nella narrazione che si potevano evitare con poco sforzo.
Mostra i buchi nella trama ▼

La narrazione si svolge in terza persona alternando i punti di vista di Ohime e di Timbre. Purtroppo non sempre l’autrice gestisce il punto di vista in maniera salda, e qualche volta si scivola nella testa di altri personaggi senza preavviso, con il risultato di rendere difficoltosa la lettura. Altre volte fa capolino un altrettanto fastidioso narratore onnisciente. Per esempio, verso la fine:

bandiera EN Just before he can shove the sword through Timbre’s back, one of the giant snail tentacles reaches down from the ceiling and grabs him. It coils him up, suctioning his body, and then pulls him out the building. His screams fade away into the distance. Timbre doesn’t even realize he is there.

bandiera IT Appena prima che lui [uomo-pescespada] possa trapassare la schiena di Timbre con la spada, uno dei tentacoli della lumaca gigante scende dal soffitto e lo afferra. Il tentacolo si attorciglia intorno a lui, aderisce al suo corpo, e lo strappa fuori dall’edificio. L’urlo dell’uomo sfuma in lontananza. Timbre non si accorge neanche che era lì.

Ma se Timbre, punto di vista, non si accorge di niente, è ovvio che questo passaggio è inutile, e allontana il lettore dall’immedesimazione con il personaggio nel pieno di una sequenza d’azione.
Per fortuna di errori così evidenti non ce ne sono molti, e in generale lo stile è tra il decente e il buono. La storia è quasi sempre mostrata e abbondano i dettagli concreti, spesso deliziosamente ittico-bizzarri.
Un’ulteriore revisione sarebbe stata gradita ma già così il livello della scrittura è sufficiente. La Villaverde non brilla per stile, ma si lascia leggere senza difficoltà.

Data la lunghezza e la chiara ispirazione “animosa” si potrebbe accostare Starfish Girl alle light novel giapponesi; ma, nonostante le somiglianze, secondo me il romanzo della Villaverde rimane un’opera fondamentalmente occidentale. Utilizza diversi elementi degli anime, ma in una struttura occidentale. Un po’ quello che succede con il romanzo (in verità più racconto lungo) di Mellick The Morbidly Obese Ninja: ci sono tutti gli elementi di un anime con i ninja, lo stesso si capisce subito che non è stato scritto da un giapponese. In ogni caso consiglio la lettura anche del ninja morbosamente obeso; non è una delle opere migliori di Mellick, ma lo stesso ha un suo perché.

Copertina di The Morbidly Obese Ninja
Copertina di The Morbidly Obese Ninja

Naturalmente se si fa parte di quella frangia per cui ogni cosa che puzza di manga, anime o Giappone fa schifo a prescindere, sia Starfish Girl sia The Morbidly Obese Ninja risulteranno rivoltanti. Se la pensate così c’è sempre il Sincero Consiglio, la soluzione a ogni vostro problema.

Starfish Girl è un buon romanzo; non credo valga i 10 dollari circa del cartaceo, ma può valere la pena leggerlo, specie se l’ambientazione incuriosisce o se si vuole iniziare a esplorare la Bizarro Fiction. Se fosse venduto in eBook a 1-2 dollari sarebbe stato il prezzo ideale. Non è così, ma c’è sempre il PDF pirata, e se poi vi piace tanto da pagare il prezzo pieno, buon per la Villaverde.
L’inglese è semplice, tranne i nomi di alcuni pesci esotici. C’è una buona dose di violenza, ma a differenza di altre opere di Bizarro non si scade mai nel gore o nel grottesco. Tuttavia un paio di scene di sesso & cannibalismo potrebbero turbare i più sensibili – la prima delle due ha anche l’aggravante di essere una scena gratuita e senza rilevanza per la trama.

Segnalo infine che l’autrice ha scritto anche un racconto intitolato “Clockwork Girl” e lo di può trovare nell’antologia The Bizarro Starter Kit (purple).

Copertina del The Bizarro Starter Kit (purple)
Copertina del The Bizarro Starter Kit (purple)

* * *

note:
 [1] ^ La definizione di New Weird proposta da Jeff VanderMeer nel saggio The New Weird: “It’s Alive?” che apre l’antologia The New Weird è la seguente:

bandiera EN New Weird is a type of urban, secondary-world fiction that subverts the romanticized ideas about place found in traditional fantasy, largely by choosing realistic, complex real-world models as the jumping off point for creation of settings that may combine elements of both science fiction and fantasy. New Weird has a visceral, in-the-moment quality that often uses elements of surreal or transgressive horror for its tone, style, and effects — in combination with the stimulus of influence from New Wave writers or their proxies (including also such forebears as Mervyn Peake and the French/English Decadents). New Weird fictions are acutely aware of the modern world, even if in disguise, but not always overtly political. As part of this awareness of the modern world, New Weird relies for its visionary power on a “surrender to the weird” that isn’t, for example, hermetically sealed in a haunted house on the moors or in a cave in Antarctica. The “surrender” (or “belief”) of the writer can take many forms, some of them even involving the use of postmodern techniques that do not undermine the surface reality of the text.

Non sto a tradurla e ad analizzarla perché ne riparlerò in futuro, magari in un articolo dedicato.


Approfondimenti:

bandiera EN Bizarro Central
bandiera EN Bizarro Fiction su Wikipedia
bandiera EN Il sito della Eraserhead Press
bandiera EN Il sito di Carlton Mellick III

bandiera EN Starfish Girl su library.nu
bandiera IT Starfish Girl su Amazon.it
bandiera EN Satan Burger su library.nu
bandiera IT Satan Burger su Amazon.it
bandiera EN The Bizarro Starter Kit (Orange) su library.nu (include The Baby Jesus Butt Plug)
bandiera IT The Baby Jesus Butt Plug su Amazon.it
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Giudizio:

Stile decente e scorrevole. +1 -1 Ma non privo di alcuni fastidiosi errori.
Trama e personaggi sono adeguati per il tipo di storia. +1 -1 Ma si poteva fare meglio.
Ottima ambientazione bizzarro-ittica. +1 -1 Un paio di buchi logici nella narrazione.
Ho apprezzato l’aspetto “animoso” della vicenda. +1

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Cercando il meraviglioso nei posti sbagliati

Copertina di In Search of Wonder Titolo originale: In Search of Wonder: Essays on Modern Science Fiction
Autore: Damon Knight

Anno: 1967 (seconda edizione)
Nazione: U.S.A.
Lingua: Inglese
Editore: Advent Publishers

Genere: Critica letteraria, recensioni sarcastiche
Pagine: 306

Nessuno pretende che un autore pieno di impegni spenda anni in ricerche per scrivere un romanzetto commerciale; ma se per documentarsi occorrono meno di cinque minuti, credo che il lettore abbia diritto almeno a questo.

Chi parla così? La solita Gamberetta acida e invidiosa? No, Damon Knight sessanta anni fa, recensendo il romanzo di fantascienza di Ken Crossen La rivoluzione del 1990 (Year of Consent, 1954).

Un altro estratto dalla recensione:

bandiera EN The writing itself incorporates every beginner’s mistake known to man. The hero-narrator describes himself while looking in the equivalent of a mirror. He asks or answers impossibly stupid questions in order to communicate background material to the reader. His confederates act in a manner only possible to clairvoyants or maniacal hunch-players, and get away with it. And —please notice this battered, inside-out echo of Nineteen Eighty-Four—the hero betrays himself in an apartment which he knows to be wired.
The dialogue between the hero and heroine has to be seen to be believed; I have watched a few TV soap-operas lately, and they haven’t been this bad. After the usual chase, hero gets his choice of being shipped off to Australia with girl just as the revolution is about to start, or sticking around to do sixteen jobs nobody else can handle. He picks Australia, but has a change of heart at the last moment, and makes a speech this long about it … I can’t go on.

bandiera IT La scrittura incorpora ogni possibile errore che un principiante possa commettere. Il protagonista-narratore si descrive mentre si guarda nell’equivalente di uno specchio. Chiede o risponde a domande assurdamente stupide solo per imboccare il lettore con informazioni sull’ambientazione. I suoi complici agiscono in maniera possibile solo a chiaroveggenti o a chi si affidi in maniera maniacale alle intuizioni; e va loro sempre bene. E – per piacere notare il triste eco di 1984 – l’eroe si tradisce in un appartamento che sa essere sotto controllo.
Il dialogo tra l’eroe e l’eroina è roba da non crederci; ho visto alcune soap opera in TV ultimamente, e i dialoghi non erano scritti così male. Dopo il consueto inseguimento, l’eroe ha la possibilità di scegliere tra l’essere spedito in Australia con la sua ragazza, proprio alla vigilia della rivoluzione, oppure rimanere per svolgere sedici missioni diverse che nessun altro può portare a termine. Scegli l’Australia, ma ha una crisi di coscienza all’ultimo momento e fa un monologo così lungo per spiegarlo… e non ce la faccio a proseguire.

Capisco molto bene la frustrazione di Knight. Non so se sarebbe felice di sapere che sessanta anni dopo non è cambiato molto. Ancora si pubblicano romanzi di narrativa fantastica pieni di dialoghi inverosimili, situazioni idiote e con il protagonista che si descrive allo specchio (Elena P. Melodia, fai ciao con la manina!).
Viene da chiedersi se la “critica” serva a qualcosa. Ne parlerò più avanti.

Copertine di La rivoluzione del 1990 / Year of Consent
Copertine di La rivoluzione del 1990 / Year of Consent

Prima un passo indietro. Il libro dal quale ho tratto la recensione di cui sopra è In Search of Wonder: Essays on Modern Science Fiction, un volume del 1956 che raccoglie recensioni e saggi di Knight apparsi sulle riviste di fantascienza dell’epoca.
Di In Search of Wonder sono uscite diverse edizioni, io ho letto la seconda, del 1967.

Per chi non lo conoscesse, Damon Knight (1922 – 2002) è stato uno scrittore di fantascienza americano, noto soprattutto per i suoi racconti. Uno per tutti, il divertente: “To serve man” da cui è stato tratto un episodio de Ai Confini della Realtà dal titolo “Servire l’uomo”.
Knight ha anche scritto un manuale dedicato alla narrativa breve: Creating Short Fiction (1981).

Ma vista la mia passione per il weird, consiglio di dare un’occhiata all’ultimo romanzo di Knight, scritto qualche anno prima di tirare le cuoia: Messaggi per la mente (Humpty Dumpty: An Oval, 1996).

La trama di Messaggi per la mente vede il protagonista, Wellington Stout, che si risveglia in ospedale: gli hanno sparato alla testa e non è stato possibile estrarre il proiettile. Non sembra però che avere un proiettile conficcato nel cervello abbia particolari effetti collaterali. O sì?
Fatti sempre più inquietanti e incomprensibili capitano intorno a Stout. Forse è impazzito o forse la realtà sta andando a catafascio. Non ha importanza, quello che importa è il susseguirsi di situazioni assurde e surreali, tra alieni, strane creature e una società segreta di Dentisti.
Per certi versi Messaggi per la mente può essere considerato un antesignano della Bizarro Fiction. Dettaglio curioso: la prima parte del romanzo è ambientata in Italia, a Milano.

Copertina di Messaggi per la mente / Humpty Dumpty: An Oval
Copertine di Messaggi per la mente / Humpty Dumpty: An Oval

Ho letto In Search of Wonder con un misto di divertimento e tristezza. Divertimento perché Knight recensisce con molta ironia e altrettanta onestà, senza guardare in faccia a nessuno – e quando tira in ballo il critico letterario del Time, colpevole di parlare di fantascienza con superficialità, non si fa scrupolo a dargli dell’idiota.
Pensate che scandalo: Knight ha dato dell’idiota a un collega non da un blog di invidiosoni, ma dalle pagine di un volume rilegato con copertina rigida! Ai mentecatti del “si può esprimere qualunque opinione basta essere educati” verrà un accidente.

La tristezza nasce dal constatare che tanta passione è servita a poco. Gli errori che rileva Knight si ripetono libro dopo libro, le becere strategie commerciali delle case editrici non cambiano di una virgola, la qualità rimane bassissima. Negli anni ’50 come oggi. E alla fine, quando una rivista rifiuta di pubblicare una sua recensione, Knight si stufa e smette di scrivere recensioni.

Parlando di becere strategie commerciali, così Knight conclude la sua recensione alla mediocre antologia di Roger Lee Vernon The Space Frontiers (1955):

bandiera EN Again, this book is not so bad if you only take the space-opera out of it: but Signet [l’editore] appears to think that the space-opera is what makes it worth having: title, cover design and blurbs all support this idea.
What I am afraid of is that Signet might be right. This kind of ignorant nonsense ought to be well adapted to the existing mental set of a reader to whom “space,” “planets,” “galaxies,” are all words without any specific meaning, conveying nothing but a vague feeling of “out there.” If so—if there is a vast untapped audience of unsophisticated (and uneducated) science fiction readers just waiting to be fed—then we may expect to see an immediate mushroom-growth of Vernons… out of whom, in another twenty years, a little coterie of polished science fiction writers will evolve, to sit and wonder why their stuff doesn’t sell.
What a nightmare! Thank heaven I don’t believe it for a moment!

bandiera IT Ribadisco, questo libro non sarebbe così male se si togliesse la space-opera; ma Signet [l’editore] sembra pensare che invece proprio la space-opera renda il volume degno di essere comprato: titolo, copertina e blurb supportano questa convinzione.
Quello che temo è che Signet abbia ragione. Questo genere di idiozia senza senso potrebbe essere ben adatta per il livello mentale di un lettore per il quale “spazio”, “pianeti”, o “galassie” sono parole senza un significato preciso, che semplicemente comunicano un vago senso di “là fuori”. Se è così – se esiste un vasto pubblico di lettori di fantascienza poco sofisticati (e poco educati in materia) pronto a essere imboccato – allora possiamo aspettarci un fiorire di autori come Vernon… in mezzo ai quali, tra un vent’anni, potrebbe emergere una piccola schiera di scrittori di fantascienza decenti, che si domanderanno perché le loro opere non vendono.
Che incubo! Grazie al cielo non ci ho creduto neanche per un momento!

In America, nella prima metà degli anni ’50, c’è un boom della fantascienza. Un po’ come succede adesso con il fantasy. Gli editori come si comportano? Buttando fuori libri mediocri uno dopo l’altro; libri pensati per un pubblico ignorante, libri che si spera di vendere non perché belli, ma perché titolo, copertina e hype sono studiati per affascinare i gonzi.

Copertina di The Space Frontiers
Copertina di The Space Frontiers

Negli anni ’50 si impilavano sacchi e sacchi di spazzatura pieni di astronavi, galassie, e pianeti, il “là fuori”; adesso è la volta di elfi, vampiri e maghetti: il concetto non cambia. Signet non punta a costruire un pubblico, punta a sfruttare la moda. La montagna di letame travolgerà anche le opere buone? Contribuirà ad allevare una generazione di lettori incapace di distinguere un bravo scrittore da un imbrattacarte? Meglio!

Le case editrici non vogliono che la gente legga con regolarità. Non vogliono un pubblico competente. Vogliono una massa di diversamente furbi pronta a seguire la moda e a farsi accalappiare da una copertina sbrilluccicosa, modello selvaggio con le perline.

Come spiega Sandrone Dazieri – editor Mondadori e scopritore del “talento” di Licia Troisi – in una vecchia intervista su Repubblica:

Un romanzo per giovani adulti è quello che pone al centro della storia la figura di un adolescente che affronta l’amore, la morte, il sesso: sia in forma realistica che metaforica. Chi si rispecchia nell’eroe legge le sue avventure anche se non è un frequentatore di librerie: le vendite della letteratura per young adult sono così visibili perché si devono a un pubblico che abitualmente non si muove.

Che è la stessa strategia di Signet: rivolgersi al pubblico che non frequenta le librerie, che abitualmente non si muove. Il pubblico cerebroleso che non distingue un pianeta da una galassia e che compra un romanzo se in copertina vede una mezzelfa in abiti discinti o un vampiro che brilla.
Ci sarebbe da chiedersi se non sarebbe più vantaggioso rivolgersi invece al pubblico che divora cento libri all’anno: certo parliamo di una minoranza, ma ognuno di questi acquista più libri in sei mesi di un non-frequentatore-di-librerie in tutta la sua vita.
Ma rivolgersi a un pubblico appassionato implica offrire un prodotto valido: troppa fatica! E se davvero si introducessero dei criteri qualitativi, l’industria editoriale andrebbe a farsi friggere. Perché raramente (mai?) lo scopo di un editore è pubblicare buoni libri. Lo scopo di un editore è lucrare, fare favori agli amici, promuovere le idee a lui congeniali. Il valore artistico delle opere non interessa.

E il bello è che io posso sbraitare finché voglio ma non inciderò sulle vendite neanche per una manciata di volumi. Infatti, per definizione, gli editori non si stanno rivolgendo a un pubblico informato. Lo mettono già in conto che chi non è sprovveduto eviterà certe schifezze. Non gliene frega niente, ci sarà sempre nuovo pubblico semi analfabeta pronto per essere fregato.
Un’industria che si basa sull’ingenuità dei clienti. Un’industria che scientemente sfrutta, senza scrupoli, l’ignoranza altrui. E poi gli editori vengono a cianciare di “cultura” e a piagnucolare e a chiedere agevolazioni e aiuti statali. Cari editori, dovete morire di fame.[1]

coniglietto-fatina
Per compensare lo schifo dell’editoria ci vorrebbe l’immagine di un coniglietto. O di una fatina. O di un coniglietto-fatina!

Leggendo il libro di Knight, mi sono resa conto che in fondo non c’è molta differenza tra il mercato anglosassone e il nostro. Le logiche sono le stesse.
Dunque come si spiega il fatto che il livello medio anglosassone, per quanto riguarda la narrativa fantastica, sia molto più alto del nostro?
Secondo me è soprattutto questione di numeri e di tradizione. Ci sono molti più scrittori in lingua inglese e c’è una tradizione nello scrivere questo genere di opere. E a scuola non si viene rimbecilliti con I Promessi Sposi.[2]

L’altra differenza che noto tra l’estero e l’Italia – differenza che però, sottolineo, non so quanto incida – è il diverso approccio alla critica. Damon Knight è onesto. Anche quando parla dei suoi amyketti – come James Blish, con il quale collaborerà alla stesura di Var, l’alieno (VOR, 1958) –, mantiene il senso della misura.
Quando c’è da elogiare elogia e quando c’è da bastonare bastona.
A Knight non piace il ciclo della Fondazione di Asimov e lo dice senza mezzi termini; esalta i primi romanzi di Philip K. Dick, ma non ha problemi a dire che i racconti invece sono solo boiate commerciali; massacra il povero A. E. Van Vogt e non ha parole tenere per John Wyndham e il suo I figli dell’invasione (The Midwich Cuckoos, 1957).
Quando discute di Richard Matheson – Richard Matheson, non Licia Troisi – tra l’altro scrive:

bandiera EN Like most of his literary generation, he has no sense of plot; in each story he puts together a situation, carries it around in circles until he gets tired, then introduces some small variation and hopefully carries it around some more, like a man bemused in a revolving door. His stories sometimes reach their goal by this process, but only, as a rule, when there is no other possible direction for the story to take; more often they wind up nowhere, and Matheson has to patch on irrelevant endings to get rid of them.

bandiera IT Come molti della sua generazione letteraria, non ha alcun senso della trama; in ognuno dei racconti costruisce una situazione, la fa girare in tondo finché non si stanca, a quel punto introduce una piccola variazione e fa girare la storia ancora un altro po’, come qualcuno compiaciuto da una porta girevole. I suoi racconti ogni tanto raggiungono il loro scopo in questa maniera, ma capita solo quando non c’erano alternative; più spesso i suoi racconti non vanno da nessuna parte, e Matheson deve cucire finali irrilevanti per liberarsene.

E Knight non è più tenero con i romanzi di Matheson: Io sono leggenda (I Am Legend, 1954) è aspramente criticato per l’ingenuità delle spiegazioni pseudo-scientifiche; Tre millimetri al giorno (The Shrinking Man, 1956), che secondo Knight è stato scritto con poca cura e scarso rispetto per il lettore, è ridicolizzato per i grossolani errori di calcolo. La recensione così si conclude:

bandiera EN The rest of the book, like much of Matheson’s work, is a dismal interior monologue, endlessly reflecting the author’s own stream of consciousness at its most petty and banal.

bandiera IT Il resto del libro, come molte delle opere di Matheson, è un’orribile monologo interiore, che rispecchia di continuo il flusso di coscienza dell’autore stesso ed è per lo più insignificante e banale.

Dopodiché Knight si chiede come mai i diritti cinematografi di un libro così brutto siano stati venduti prima ancora della pubblicazione, e si domanda perché non possano invece avere successo opere più meritevoli.

Copertine di Tre millimetri al giorno / The Shrinking Man
Copertine di Tre millimetri al giorno / The Shrinking Man

Ma forse Knight è il solito maleducato invidioso che non capisce l’Arte. Be’, sentite il giudizio di Thomas M. Disch su Ray Bradbury – ancora, Ray Bradbury, da alcuni considerato il più grande scrittore di fantascienza di tutti i tempi, non Licia Troisi:

bandiera EN His sense of humor doesn’t operate on both sides of the generation gap; his horrors are redolent of Halloween costumery; his sentimentality cloys; his sermons are intrusive and schoolmarmish; he is uninformed and undisciplined. He is an artist only in the sense that he is not a hydraulic engineer.

bandiera IT Il suo senso dell’umorismo non funziona su entrambe le sponde del salto generazionale; i suoi orrori hanno l’aspetto dei costumi di Halloween; il suo sentimentalismo dà la nausea; i suoi sermoni sono intrusivi e degni di una maestrina; è ignorante e indisciplinato. È un artista solo nel senso che non è un ingegnere idraulico.

È un artista solo nel senso che non è un ingegnere idraulico, che non mi sembra tanto lontano dall’augurare a Bradbury di darsi all’ippica. D’altra parte poco prima Disch ha spiegato che i racconti di Bradbury li potrebbe scrivere un ragazzino undicenne non troppo sveglio, dandogli abbastanza tempo.

E come fanno Knight e Disch ad arrivare ai loro giudizi? Prendono i testi di partenza e citano passaggi rilevanti per le loro tesi. Per esempio – esempio, cioè uno dei tanti – nel caso di Disch/Bradbury:

bandiera EN Consider this description (from “The Night” [un racconto dell’antologia The Stories of Ray Bradbury]): “You smell lilacs in blossom; fallen apples lying crushed and odorous in the deep grass.” Ordinarily apples don’t fall when lilacs blossom, but in Bradbury’s stories it’s always Anymonth in Everywhereville. His dry-ice machine covers the bare stage of his story with a fog of breathy approximations. He means to be evocative and incantatory; he achieves vagueness and prolixity.

bandiera IT Considerate questa descrizione (da “The Night” [un racconto dell’antologia The Stories of Ray Bradbury]): “Senti il profumo dei lillà in fiore; le mele cadute giacciono schiacciate e odorose nell’erba alta.” Normalmente le mele non cadano quando i lillà fioriscono, ma nei racconti di Bradbury è sempre un-mese-qualunque nel paese-da-qualche-parte. La sua macchina per il ghiaccio secco ricopre il disadorno palcoscenico dei suoi racconti con una densa nebbia di approssimazioni. Bradbury pensa di essere evocativo e “magico”, ottiene di essere vago e prolisso.

Questo è anche l’unico modo serio per discutere di narrativa: si prende un testo e lo si analizza in base a una serie di criteri. Criteri tecnici, non di amicizia o di convenienza.

Copertina di On SF
Copertina di On SF di Thomas M. Disch, libro dal quale sono tratte le citazione di cui sopra

Forse se anche in Italia si diffondesse una mentalità del genere ne avremmo un guadagno. Ma la vedo dura. Sembra che da noi si debba sempre parlare di politica o di chissà quali sbrodolamenti pseudo filosofici. Sporcarsi le mani con le parole è visto con disgusto. Si passa il tempo a disquisire se Heinlein è fascista, se Dan Simmons è razzista, se Tolkien è di destra o di sinistra, e non si entra mai nello specifico. Lo specifico sono i testi, non la mentalità degli autori.

E questo quando va bene. Normalmente la polemica letteraria non arriva neanche a quel livello misero, meglio discutere pregi e difetti del vestito di un’autrice mentre ritira un premio. E ci fosse qualcuno che dica: “Gente, sveglia! Un’autrice si può vestire come cavolo le pare non è quello il punto! Il punto è: come mai si sta premiando un romanzo scritto con i piedi?”
Per tacere degli spettacoli pietosi che vedono gli autori fare comunella per difendere l’indifendibile, come quel paio di scrittori mentecatti che hanno avuto il coraggio di trovare giustificazioni persino per l’inqualificabile Gli Eroi del Crepuscolo.

Ancora più scoraggiante è il fatto che non cambia mai niente.
Qualche tempo fa, mentre cercavo tutt’altro, mi sono imbattuta in un articolo di Repubblica intitolato: “Ragazzo prodigio, a 18 anni un romanzo da Feltrinelli”.
All’inizio ho pensato che fosse un nuovo autore, sulla scia appunto di Chiara Strazzulla, del Ghirardi, di quell’altro ragazzino che ha pubblicato i romanzi sui pirati per Mondadori e fenomeni da baraccone simili. Ma l’articolo era datato 21 gennaio 2003.

Ho indagato un po’ e ho scoperto che il “prodigio” si chiama Andrea Santojanni; a 17 anni impiega ben due mesi della sua vita per scrivere un romanzo, l’anno dopo viene pubblicato da Feltrinelli. Rilevante perché il romanzo è parzialmente di genere fantastico: da quel che ho capito è una storia d’amore ma con i due protagonisti che si scambiano i corpi, lo spirito di lui entra nel corpo di lei e viceversa.

Il romanzo si intitola Sono solo mostri e l’incipit è il seguente (via google books si può leggere qualche pagina in più):

Sabato ventisette marzo. Claudia saltò giù dal letto. In effetti erano le sei e mezza, e se non si fosse sbrigata avrebbe perso il pullman. E naturalmente avrebbe fatto tardi a scuola.
Ma mica questa è come la pubblicità delle merende del Mulino Bianco, dove alle sei del mattino c’è già un sole da spaccare le pietre, e si è già in forma, con il vestito elegante addosso. No! Qui stiamo parlando di gente comune. Gente mortale. Di una ragazza che si sveglia quotidianamente, [io invece mi alzo un giorno sì e uno no. N.d.G.] con il pigiamino tutto sgualcito, con tanto freddo corporale e con una confusione mentale da scandalo nazionale. E per di più era avvolta nelle tenebre della notte. E fuori dalla finestra non c’erano mica le rondini che volavano felici e spensierate. Assolutamente no! C’erano i corvi che volavano di tetto in tetto in cerca di una carogna. In cerca di un qualcosa qualsiasi.
Si piazzò davanti allo specchio e spalancò gli occhi quando vide quell’essere dai capelli tinti di rosso a maschiaccio, corti e sconvolti. Quel viso paffutello, il grande seno e gli occhi verdi. In principio non ci fece caso. Quindi si catapultò fuori dal bagno, e a passo affrettato si avviò in cucina, dove c’era la madre, che stava bevendo la sua tazza di caffè e latte. Entrambe, andavano a scuola. Col piccolo dettaglio che una stava da una parte e l’altra dalla parte opposta.
– Madre, io credo di non stare bene – disse la Claudia.
– Perché, cos’hai, tesoro? – le domandò.
– Non so, sono confusa.
La madre le sorrise, poi cercò di aiutarla dicendole che tutti erano un po’ confusi in quello stupido mondo. Tranquilla. Non s’incaricò di quel problema, e continuò a guardare la madre. Quasi non la riconosceva. Cosa diavolo voleva significare? Era forse la stessa e vecchia storia? Bisogna sapere che Claudia appena si svegliava vedeva creature soprannaturali intorno a sé. Può darsi che anche in quel momento era confusa come sempre. Quindi non fece caso a niente.

Fa schifo, ma inutile dilungarsi. Non è neanche giusto: una persona senza esperienza che scrive in fretta scrive così, il problema è che forse dovrebbe capire da sola che non è un livello degno. Non puoi scrivere in questa maniera e chiedere soldi in cambio. Tra l’altro come sempre editing zero, neanche correzione di bozze, hanno persino lasciato le virgole tra soggetto e verbo (vedi: “Entrambe, andavano a scuola”).

Copertina di Sono solo mostri
Copertina di Sono solo mostri

Esilaranti le due recensioni archiviate al sito Feltrinelli. Andrea Di Consoli recensisce per L’Unità e chiude con questo sproloquio:

Il sesso è, spesso, una banale manifestazione di forza e di potenza. Perciò, dopo aver letto Sono solo mostri, del sesso se ne ricava un’idea mediocre, quasi fastidiosa. A cosa serve il sesso se c’è una forma di amore che supera se stesso e straripa in un bene che porta alla fusione della testa, allo scambio dei corpi? A niente, verrebbe da dire. Il romanzo sorprendente di Andrea Santojanni ci lascia addosso la sensazione di esserci fermati sulla soglia, di esserci chiusi in un al di qua – ci lascia addosso la fastidiosa sensazione di non aver mai fino in fondo preso (vissuto) il corpo della persona amata. Non si tratta di divorarlo, il corpo, ma di sentirselo dentro, come una magia: di sentirne il piacere, le vibrazioni. Ha ragione Erri De Luca a definire il piccolo Santojanni un mago.

Ma si può sapere chissenefrega delle idee di Di Consoli sul sesso se stiamo parlando di critica letteraria? Come dicevo prima, sbrodolamenti “filosofici” quando abbiamo un testo che specifica che la protagonista si alza “quotidianamente” e che ci tiene a sottolineare che i corvi sono in cerca di “qualcosa qualsiasi”.
E siamo a pagina UNO e non entro neanche nel merito degli altri diecimila errori. È una vergogna. Una vergogna il romanzo e sono vergognose recensioni del genere.

Non dico che all’estero sia il Paradiso. Anche lì è pieno di incompetenti e lecchini, ma almeno non ci sono solo quelli!
Erri De Luca, recensendo per Il Mattino, supera qualunque limite di decenza. Antefatto: racconta lo stesso De Luca di aver conosciuto Santojanni durante un incontro tra studenti e scrittori; Santojanni gli ha rifilato il manoscritto e De Luca ne è rimasto tanto affascinato che…

Chiamo la mia agente e le dico di aver trovato un pezzo unico, un regalo per qualunque editore. A differenza di ogni altro esordiente che va al suo primo contratto allo sbaraglio, bisognava spuntare subito termini di contratto da professionisti affermati. Perché lì dentro c’era materia di contagio per comitive di lettori, perché il ragazzo era un caso letterario di quelli che capitano di tanto in tanto all’estero, ma da noi mai spuntava uno così, a diciassette anni con una storia esplosiva a miccia corta che scoppia in mano all’apertura.
Così per consuetudine ho passato il malloppo per primo a Feltrinelli però con l’ultimatum di rispondere entro una settimana, oppure andava fuori. Non era scaduto il termine-capestro e in pochi giorni l’editore aveva azzannato l’osso e il ragazzo aveva il suo primo contratto editoriale con clausole da scrittore di punta.

Senza parole. Ma come mai De Luca è rimasto così ammaliato? Be’…

La letteratura è ben fornita di magnifici viaggi: Ulisse, Dante, Chisciotte, Gulliver, Crusoe. Ma prima di ’sto ragazzo chi s’era inventato il trasloco dentro carne e ossa del dirimpettaio? Un’idea così nitida, senza sforzo d’ingegno e perciò geniale [...]

Ecco, questo leggendo i siti esteri e la critica letteraria nel mondo anglosassone non l’ho mai visto: la presa per il culo. Tipo quando Dazieri dice che i romanzi di Licia sono originali e in pratica non hanno bisogno di editing. Secondo De Luca l’idea dello scambio di corpi sarebbe un’idea mai vista prima. Diosanto.
Il triste è che se davvero Dazieri e De Luca sono convinti che la Troisi e Santojanni siano originali è ancora una presa in giro; è una presa in giro che persone tanto ignoranti siano nella posizione di decidere una pubblicazione.

Eravamo a gennaio 2003. La Strazzu pubblica a giugno 2008. Cinque anni, non cinquecento. E nessuno che dica: “Però il prodigio dell’altra volta in effetti non è che fosse ‘sto genio…” Niente. Da Einaudi in giù tutti convinti di avere a che fare con un altro prodigio.

Morale della favola? Che non esiste una morale. Non c’è un premio per l’impegno o per il talento, c’è un premio se il tuo amyketto De Luca ti raccomanda.
Lo so, lo so, avevo promesso di non occuparmi più di fantasy italiano. Mi sono lasciata trascinare. Il Lato Oscuro è molto potente, e fanno biscotti buonissimi!

Il Lato Oscuro ha i migliori biscotti
come to the dark side, we have cookies

Un altro aspetto interessante del libro di Knight è che permette di osservare un pezzetto di storia della narrativa fantastica in divenire. È curioso leggere di Ballard o Philip K. Dick nel ruolo delle giovani promesse o sentire Knight lamentarsi che la gente dovrebbe piantarla di parlare solo dei classici, ma prendere in considerazione anche autori nuovi e che già hanno dimostrato notevole bravura, come Robert A. Heinlein.

Rimanendo ai classici. Quando Knight sposta il discorso dalla fantascienza al fantasy, cita Howard e Lovecraft come pilastri del genere, anche se ha delle serie riserve sullo stile di quest’ultimo. Volendo indicare un capolavoro, tira fuori Flecker’s Magic (1926) di Norman Matson, un urban fantasy nel quale uno studente di una scuola d’arte di Parigi riceve da una strega un anello magico in grado di realizzare i desideri. Seguono complicazioni. Ammetto la mia ignoranza: non avevo mai sentito nominare questo romanzo e non ho mai letto niente dell’autore.
Knight non spreca neanche mezza parola per Tolkien, nonostante Il Signore degli Anelli sia già stato pubblicato all’epoca della prima edizione di In Search of Wonder. Giusto così.

* * *

Ci sarebbe molto altro da aggiungere, ma a riassumere Knight si perde tutto il divertimento, sarebbe come leggere gli articoli di Gamberetta senza gli estratti e i commenti sarcastici.

Anche se questa è una recensione non darò un voto in Gamberi: il libro di Knight non è paragonabile alle altre opere recensite, visto che non si tratta di narrativa né di un manuale di scrittura. Lo stesso lo consiglio: è come sfogliare un blog stile Gamberi per 300 pagine!

Per chiudere, le quattro ipotesi che guidano Knight nelle sue recensioni (sostituite “science fiction” con “fantasy” e siete a posto):

bandiera EN 1. That the term “science fiction” is a misnomer, that trying to get two enthusiasts to agree on a definition of it leads only to bloody knuckles; that better labels have been devised (Heinlein’s suggestion, “speculative fiction,” is the best, I think), but that we’re stuck with this one; and that it will do us no particular harm if we remember that, like “The Saturday Evening Post,” it means what we point to when we say it.

2. That a publisher’s jacket blurb and a book review are two different things, and should be composed accordingly.

3. That science fiction is a field of literature worth taking seriously, and that ordinary critical standards can be meaningfully applied to it: e.g., originality, sincerity, style, construction, logic, coherence, sanity, garden-variety grammar.

4. That a bad book hurts science fiction more than ten bad notices.

bandiera IT 1. Che il termine “science fiction” è improprio, e che cercare di mettere d’accordo due appassionati sulla sua definizione porta solo al pestarsi a sangue; che etichette migliori sono state ideate (il suggerimento di Heinlein, “speculative fiction” è il migliore, credo), ma lo stesso siamo impantanati con “science fiction” e non c’è niente di male se ci ricordiamo che, come per “The Saturday Evening Post”, un termine significa quello che stiamo indicando mentre lo pronunciamo.

2. Che il blurb di copertina e una recensione sono due cose diverse e vanno scritte in maniera diversa.

3. Che la fantascienza è un ramo della letteratura degno di essere preso sul serio, e che i normali parametri critici possono essere applicati con successo. Per esempio: originalità, onestà, stile, costruzione, logica, coerenza, sensatezza, grammatica.

4. Che un brutto libro danneggia la fantascienza più di dieci recensioni negative.[3]

* * *

note:
 [1] ^ Naturalmente parlo per l’ambito che conosco, la narrativa fantastica. Può essere che in altri settori dell’editoria (dalla poesia alla saggistica) sia tutto rose e fiori, ne dubito, ma non metto lingua riguardo a situazioni di cui so poco.
Si potrebbe poi sostenere la tesi che, nonostante siano inefficienti e disonesti, gli attuali editori riescono comunque a garantire un livello qualitativo superiore a quello ottenibile con altre forme di selezione. Non lo escludo in principio. Staremo a vedere.

 [2] ^ Il tempo buttato dietro a I Promessi Sposi è un danno in sé, ma non è solo quello il punto. Il punto è che I Promessi Sposi sono il simbolo di un modo di studiare stupido e controproducente. Basta vedere le tracce dei temi per la maturità, fuffa del tipo: “Commento di un passo della Prefazione della Coscienza di Zeno.” o “Innamoramento. Testi di Dante, Alberoni, Gozzano, Catullo, Leopardi e Cardarelli.” O ancora: “Origine e sviluppo della cultura giovanile, con un documento di Hobsbawm.”
Al massimo qui si cerca qualcuno che ripeta a pappagallo quello che i professori gli hanno detto su Svevo o Dante. Un bello spreco di anni.
Si vuole che dal Liceo escano persone che sul serio hanno imparato qualcosa? Allora alla maturità i temi dovrebbero essere: “Scrivere un racconto romantico che faccia sciogliere in lacrime.” Oppure: “Dimostrare che la Luna è fatta di formaggio.”

Luna di formaggio
Astronauta ritorna con la prova che la Luna è fatta di formaggio. Damon Knight ricorda come Lester del Rey si vantasse di essere in grado di sostenere qualunque tesi e l’esatto opposto. Ed è questa abilità che dimostra padronanza della lingua, non sapere in che anno è nato Dante.

Basta con le stronzate stile: “L’influenza sociale della scapigliatura nella Milano dell’800”. Bisogna insegnare alle persone come usare al meglio la propria lingua; come analizzare le idee altrui – a livello formale – e come esprimere le proprie. Non bisogna insegnare le singole idee (cosa ne pensava Gozzano dell’amore; tra l’altro: chissenefrega!), bisogna insegnare a manipolare le idee in generale (come faccio a esprimere un determinato concetto di amore, qualunque sia tale concetto).
Bisognare dare strumenti, non nozioni. Invece al Liceo si ottengono solo nozioni, e spesso sono pure nozioni superficiali se non sbagliate.
EDIT del 22 marzo 2011. Ho aggiunto qualche altro dettaglio, qui. Per piacere commentate quell’articolo e non questo se intendete discutere di Manzoni & Liceo.

 [3] ^ Ipotesi Assiomi in voga in Italia:
1. Il termine fantasy indica quei romanzi per i quali ogni critica è ingiustificata.

2. Quello che dice l’editore riguardo a un romanzo da lui pubblicato ha lo stesso valore di una recensione.

3. Il fantasy non è letteratura, e non deve essere preso sul serio. Soprattutto non si può giudicare un’opera basata sulla fantasia usando criteri letterari.

4. Una recensione negativa danneggia il mercato più di dieci brutti libri.


Approfondimenti:

bandiera EN In Search of Wonder su Amazon.com
bandiera EN In Search of Wonder su gigapedia library.nu
bandiera EN In Search of Wonder su Wikipedia
bandiera EN Humpty Dumpty: An Oval su Amazon.com
bandiera IT Messaggi per la mente su Delos Store
bandiera EN “To Serve Man” su Wikipedia (attenzione agli spoiler!)
bandiera EN Damon Knight su Wikipedia

bandiera IT On SF su Amazon.it
bandiera EN On SF su gigapedia library.nu

bandiera IT Sono solo mostri su Amazon.it
bandiera IT La scheda del romanzo Sono solo mostri presso il sito dell’editore

bandiera EN La Luna è fatta di formaggio?

 

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Il mondo lasciato a metà

Copertina di The Half-Made World Titolo originale: The Half-Made World
Autore: Felix Gilman

Anno: 2010
Nazione: Inghilterra
Lingua: Inglese
Editore: Tor Books

Genere: Western, New Weird (ma non troppo)
Pagine: 480

Tempo fa avevo provato a leggere il romanzo di esordio di Felix Gilman, Thunderer, attirata dal fatto che Jeff VanderMeer lo aveva inserito nella lista di libri consigliati che appare in appendice all’antologia The New Weird – per altro lista sulla quale ci sarebbe molto da discutere, visto che VanderMeer ci infila tutto e il contrario di tutto.

Mostra il box rosa con la lista ▼

Rimasi delusa, trovai Thunderer noioso, tanto che lo abbandonai dopo un centinaio di pagine. Ma come noto io sono buona & gentile, così ho concesso a Gilman una seconda chance. Non me ne sono pentita: The Half-Made World è un buon romanzo, con un’ambientazione se non proprio originale, almeno insolita.

Spesso i fantasy costruiscono la loro ambientazione a partire da un retroterra storico: l’impero romano, il medioevo, l’epoca vittoriana, ecc. The Half-Made World ha le sue radici nel selvaggio west. Tuttavia la frontiera americana è così tanto deformata e distorta che ci troviamo di fronte a un vero e proprio mondo secondario. Lo stesso aggettivo “americana” è improprio: nell’Half-Made World non esiste un continente con quel nome, né esistono altri luoghi a noi noti.

Il mondo di Gilman è diviso in tre parti: l’Est è la parte più antica, è completamente “creata” (è made world), è stabile e pacifica. Il West invece è giovane, ha appena 400 anni. È solo “fatto a metà” (l’half-made del titolo): benché appaia concreto e coerente, rimangono spiragli attraverso i quali si manifestano la magia e l’irrazionale. Sopravvivono spiriti e Dei e forze soprannaturali. Se si viaggia ancora più a ovest si giunge al mondo non ancora fatto (unmade world), nel quale le leggi della fisica non sono ancora fissate, molte cose non hanno ancora nome e la realtà si modifica in base ai desideri, ai sogni e alle paure di chi la osserva.
Al di là dell’unmade world si estende un oceano di caos indistinto.

* * *

Il dottor Lysvet Alverhuysen (“Liv” per gli amici) lavora come psicologa presso l’Università di Koenigswald, nel tranquillo Est. Riceve una lettera indirizzata al marito, nella quale lo si prega di recarsi presso un ospedale nel cuore del West, dove le sue abilità professionali potrebbero essere messe a miglior uso che non in Università. Dato che nel frattempo il marito è schiattato, Liv decide di partire lei.

Durante il viaggio a Ovest, il suo destino si incrocerà con quello degli altri due protagonisti del romanzo. Il primo è John Creedmoor, un “Agent of the Gun”, ovvero un pistolero che ha stretto un patto con un demone. Il demone inabita l’arma di Creedmoor e conferisce al pistolero una serie di poteri: è più agile e più forte dei normali esseri umani, può guarire da qualunque ferita, non ha bisogno né di bere né di mangiare, ha sensi molto sviluppati che gli consentono perfino di vedere al buio e soprattutto quando spara non manca mai il bersaglio. In cambio, quando il demone o gli altri suoi colleghi diavoli hanno bisogno, Creedmoor deve ubbidire e portare a termine le missioni che gli vengono assegnate. Le missioni di solito sono missioni di guerra, perché gli “Agent of the Gun” combattono da centinaia di anni contro “The Line”.

Kyuubey
Accettare di diventare un Agente è come stipulare un contratto con il diavolo Kyuubey

La Linea è una società industriale e burocratizzata (mi ha ricordato per certi versi 1984, per altri il film Brazil), che costruisce senza sosta nuove linee ferroviarie, nuove stazioni, nuove fabbriche. Lo scopo della Linea è trasformare il mondo in un luogo regolato, preciso, razionale, funzionante nella maniera più efficiente possibile. Contro chi non è d’accordo, La Linea schiera cannoni e corazzate terrestri, gas asfissianti e bombe soniche, razzi e ornitotteri armati di mitragliatrici. A prendere le decisioni per La Linea sono gli Engine: trentotto gigantesche locomotive senzienti animante da uno spirito divino.

Il problema è che sia i demoni sia gli Engine sono immortali: i pistoleri possono essere uccisi impiegando abbastanza truppe, e le locomotive possono essere sabotate dagli Agenti; ma poi il demone si sceglie un altro pistolero e lo spirito dell’Engine si trasferisce in un’altra locomotiva. E la lotta continua.
Non che questo dettaglio intacchi la fede nella vittoria del Sotto-Sorvegliante Lowry, il terzo protagonista del romanzo. Lowry è un ometto grigio, brutto, e con gli occhiali, un funzionario di medio livello che lavora presso la Stazione Angelus. Per una serie di circostante si troverà a scalare la gerarchia della Linea e a guidare un contingente militare in un’operazione disperata.

Strana locomotiva
Un Engine?

Punto di merito perché Gilman evita “buoni” e “cattivi”: gli “Agent of the Gun” sono assassini, ladri, truffatori, terroristi. La Linea massacra, tortura, rade al suolo interi villaggi. E chi sta nel mezzo, chi non vuole schierarsi né con i demoni né con gli Engine, non è da meno. Compreso il misterioso First Folk, gli originari abitanti del West, descritti come un incrocio tra gli Indiani d’America e una banda di furry.

* * *

Dei tre protagonisti, proprio Lowry si rivela il personaggio più simpatico. All’inizio sembra solo un fanatico ottuso, ma più si va avanti più Lowry dimostra un orgoglio e una tenacia ammirevoli. Creedmoor è per molti versi uno gnokko: per lui la vita è facile, non è quasi mai davvero in pericolo. Ma Lowry non ha super poteri, ha solo la sua intelligenza e perseveranza. Senza contare che il demone di Creedmoor è sempre ben disposto a perdonare il suo pupillo, mentre nella società della Linea un singolo errore può costarti la galera se non la condanna a morte. Infine Creedmoor è un vigliacco: accetta di svolgere i compiti più viscidi…

Mostra missione viscida ▼

… auto giustificandosi con il fatto che il demone lo costringe; ma quando ha la possibilità di liberarsi del demone se ne guarda bene. Troppo comodi i poteri. In fondo muore solo qualche innocente (o qualche decina, o qualche centinaio…) ogni tanto, non un grande sacrificio in cambio della gnokkitudine. Non discuto: ragionamento realistico; infatti qui parlo di simpatia/antipatia, cioè di gusti, dal punto di vista tecnico entrambi i personaggi sono scritti in modo decente (ma Lowry meglio, si sente più distinta la sua voce).

Liv è meh. Le premesse sono incoraggianti: è una donna adulta, intelligente, colta. Non frigna a ogni piè sospinto e non cade tra le braccia del primo gnokko che passa per strada. Ha anche un Passato Tragico™ e una dipendenza da oppio. Ma da queste premesse nasce poco o niente. Liv è trascinata dagli eventi, rimane passiva mentre il mondo fa le capriole intorno a lei. Solo nell’ultimo capitolo dà sfogo al proprio libero arbitrio, ed è uno spettacolo. Gilman poteva darle una svegliata prima.
Rispetto a molti personaggi femminili in circolazione (specie le degradanti protagoniste dei paranormal romance) è un buon personaggio, ma in assoluto si poteva fare meglio.

Un’altra parziale delusione è l’unmade world. Più o meno verso metà romanzo, i nostri eroi superano il confine del mondo e si inoltrano nelle terre non ancora “fatte”. Qui tutto può succedere, e io mi sarei aspettata un trionfo del weird – tipo lo Shift in The Year of Our War. Niente del genere. Qualche animale strano, un paio di piante curiose, un-mostro-uno, e grazie di aver partecipato.
Però mi pare di capire che i fan del weird sfrenato siano una minoranza, dunque questa mancanza di bizzarria a tutti costi per molti sarà un pregio invece di un difetto.

Coniglietto New Weird
Coniglietto New Weird

Il finale lascia l’amaro in bocca. Ho avuto l’impressione che l’autore puntasse a un finale tragico, per altro giustificato dalla trama, finché non ha pensato che forse poteva sfruttare l’ambientazione per altri romanzi. Allora ha virato bruscamente e il finale attuale è molto aperto, tanto che scommetto uscirà un seguito. Peccato. La storia poteva avere maggiore impatto emotivo se si fosse conclusa con qualche vittima in più – intendiamoci: crepa un sacco di gente, ma il sangue non è mai abbastanza!

* * *

Lo stile di Gilman è passabile. L’incipit è sul bruttino – il prologo è in pratica un lungo inforigurgito per illustrare l’ambientazione, mascherato da ricordi di un personaggio – e i primi capitoli zoppicano un po’, ma quando la storia prende l’abbrivio poi procede fino al termine senza intoppi.
Non è mai uno stile che ostacola la lettura, ma d’altra parte non è mai uno stile del tutto trasparente, che sparisce per lasciarti a mollo nella storia. Stile senza infamia e senza lode. Infatti non saprei citare passaggi particolarmente brillanti, ma neanche pagine piene di errori (se si esclude l’impostazione discutibile del prologo).

* * *

In conclusione un romanzo piacevole che consiglio.

Come difficoltà della lingua siamo a un livello medio: è un inglese più semplice di quello di uno Swanwick o di un VanderMeer, ma non è così semplice come l’inglese dei romanzi per young adult, stile Westerfeld.

Ho visto che spesso The Half-Made World è spacciato come steampunk: ci sono alcuni elementi in questo senso, ma proprio pochi. Il West sotto il controllo degli “Agent of the Gun” non ha niente di steampunk e l’unmade world non ha niente di steampunk. Solo quando l’azione si svolge nelle Stazioni della Linea si può respirare un’atmosfera retrofuturistica satura di gas di scarico e frastuono di ingranaggi; e non capita spesso.
The Half-Made World non è neanche storia alternativa: come già detto non ci sono riferimenti specifici al nostro mondo; la vicenda si svolge a fine ottocento, ma è l’ottocento di un pianeta diverso dalla Terra.
Chi cerca steampunk e storia alternativa con ambientazione ottocentesca americana può provare a leggere i romanzi del Clockwork Century della Priest (Boneshaker, Clementine, Dreadnought), tuttavia a mio parere non sono un granché.

Giudizio:

Scrittura competente… +1 -1 … ma nulla più e le prime pagine sono da rivedere.
Ambientazione interessante. +1 -1 L’unmade world non è abbastanza weird.
Buona storia. +1 -1 Finale deludente.
Lowry mi è simpatico. +1 -1 Creedmoor è troppo simile a uno gnokko per i miei gusti.
Liv quando si sveglia fa la sua bella figura… +1 -1 … ma si sveglia troppo tardi.
Non ci sono “buoni” e “cattivi”. +1

Un Gambero Fresco: clicca per maggiori informazioni sui voti

Il Messia Meccanico

Gilman non descrive mai in dettaglio gli Engine, queste macchine mostruose infestate da una divinità. Sappiamo solo che guardarli lascia sgomenti e che la loro voce fa impazzire chi l’ascolta (infatti gli Engine comunicano gli ordini via telegrafo). Dettagli inquietanti che mi hanno ricordato la bizzarra vicenda del Messia Meccanico, vicenda che si merita un box rosa!

* * *

John Murray Spear nasce a Boston nel 1804. Nel 1830 diventa sacerdote nella Chiesa Universalista Americana. Chi lo conosce lo descrive come una brava persona sempre pronta ad aiutare il prossimo. Spear è un idealista che si batte contro la schiavitù e contro la pena di morte, a favore del pacifismo e dei diritti delle donne. Insieme con il fratello Charles assiste barboni e detenuti.

John Murray Spear
John Murray Spear

Nel 1844, mentre tiene un comizio a Portland (Maine), viene aggredito da un gruppo di facinorosi. Agli scalmanati non va a genio che Spear predichi a favore della liberazione degli schiavi, così lo massacrano di botte (notare che in The Half-Made World c’è una scena simile). Spear è ridotto male e rimane in convalescenza per più di un anno.
Durante questi mesi è accudito da un suo amico, tale Oliver Dennett. Spear guarisce e proprio nello stesso periodo Dennett muore. E qui la faccenda comincia a virare verso il bizzarro…

Qualche anno dopo, per la precisione il 31 Marzo 1852, Spear scopre che la sua mano si muove da sola. La mano afferra una penna e compone un messaggio, un messaggio firmato “Oliver”. Il messaggio invita Spear a recarsi presso Abington per aiutare un malato, un certo David Vining. Giunto sul posto, Spear scopre che può guarire il sofferente solo con l’imposizione delle mani.

I messaggi si ripetono. Spear viene spedito a destra e a manca, spesso nel cuore della notte. Lui esegue sempre di buon grado e sempre è di aiuto ai malati che trova, grazie ai suoi nuovi poteri pranoterapeutici.
“Oliver” e gli altri spiriti che hanno contattato Spear ne sono compiaciuti. Gli assegnano nuovi compiti: scrivere saggi e organizzare conferenze sui più disparati argomenti. Per esempio Spear tiene dodici lezioni di geologia all’Hamilton College, suscitando l’ammirazione di uno dei professori della facoltà. Naturalmente questo per merito dell’influsso spiritico, dato che Spear non ne capisce un tubo di geologia.

Poi gli spiriti comandano a Spear di recarsi a Rochester, nello stato di New York, dove gli rivelano che nell’aldilà esiste un’Associazione dei Benefattori, un comitato di anime di noti defunti il cui scopo è aiutare l’umanità. L’Associazione dei Benefattori ha diversi sotto comitati, uno dei quali è l’Associazione degli Elettrificatori, formata da sette ingegneri (morti) e di cui fa parte niente di meno che lo spirito di Benjamin Franklin.
Spear viene visitato a turno dai sette Elettrificatori che lo istruiscono su come costruire “il Nuovo Messia, l’Ultimo e Miglior Dono che Dio abbia mai fatto all’Umanità”. Un Messia Meccanico che sarebbe stato araldo di un’epoca di pace e progresso.

Nell’ottobre del 1853, Spear, insieme a Simon Crosby Hewitt, Samuel G. Love, Alonzo Newton e altri spiritisti, si insedia a High Rock Cottage, una casa costruita vicino alla collina di High Rock, presso Lynn, Massachusetts, luogo situato alla confluenza di particolari energie metafisiche – l’anno prima, sulla stessa collina, il noto spiritista Andrew Jackson Davis aveva tenuto un congresso internazionale sullo spiritismo con i rappresentanti di ventiquattro nazioni. I rappresentanti erano presenti come spiriti.

La collina di High Rock
La collina di High Rock

Inizia l’assemblaggio del Messia Meccanico. Spear non conosce mai il progetto nella sua interezza, ma riceve ordini giorno dopo giorno dai sette ingegneri (in totale Spear riceve 200 messaggi distinti, 200 “rivelazioni”). La costruzione della macchina dura nove mesi, durante i quali Spear e soci spendono 2.000 dollari in materiali (non proprio noccioline, sono circa 50.000 dollari attuali).

Purtroppo non sono rimasti né progetti, né schizzi, né fotografie del Messia Meccanico e le descrizioni sono vaghe. Si sa che in qualche maniera replicava alcuni aspetti del corpo umano (per esempio il “cervello” era una serie di piatti alternati di rame e zinco), e che avrebbe utilizzato l’energia presente nei flussi elettrici dell’atmosfera. Non mancavano ingranaggi assortiti, magneti, sfere dei più disparati metalli, e composti chimici non bene identificati.
Qui sotto il disegnatore del Fortean Times tenta di riprodurre le fattezze del Messia Meccanico:

Il Messia Meccanico
Il Messia Meccanico

Il Messia è assemblato ma non è ancora pronto. Occorre infondergli la scintilla vitale. Dapprima alcuni spiritisti accuratamente selezionati toccano a turno il macchinario, poi lo stesso Spear, ingabbiato in una struttura formata da pannelli di metallo e decorata con pietre preziose, si avvicina all’affare. Spear cade in trance e testimoni riportano che si sia creato un cordone ombelicale di luce tra lui e il Messia Meccanico.

Il giorno dopo viene condotta al cospetto del Messia la Nuova Maria, una signora il cui nome non è mai stato rivelato (alcuni la identificano con la moglie di Alonzo Newton). La Nuova Maria si sdraia davanti alla macchina ed è scossa dalle convulsioni, come se stesse partorendo.
Dopo due ore avviene il miracolo:
“Sì è mosso!” esclama un testimone.
29 giugno 1854: il Messia Meccanico è vivo!

Forse.

Per settimane Spear e la Nuova Maria accudiscono il Messia come fosse un neonato (Spear lo chiama “l’infante elettrico”), ma dopo quel primo vagito la macchina rimane apatica. Gli Elettrificatori assicurano Spear che va tutto bene, che il Messia ha solo bisogno di maggior nutrimento. Così Spear decide di trasferire il neonato a Randolph, New York, località dotata di eccezionale potenziale elettrico.

Purtroppo insieme alla macchina arrivano a Randolph anche pettegolezzi poco piacevoli su quello che sarebbe effettivamente successo tra Spear, la Nuova Maria e il Messia Meccanico.
Una folla inferocita (forse aizzata dalla locale chiesa battista) circonda il capannone che ospita la macchina vivente. Al tramonto la folla fa irruzione e distrugge il Messia, accanendosi con tale ferocia che il mattino dopo della macchina non rimane più niente.
Che orribile infanticidio!
Ancora una volta superstizione e ignoranza hanno ostacolato il glorioso cammino del progresso.

In quanto a Spear, non proverà più a costruire messia meccanici. Anche perché a partire dal 1857 gli spiriti hanno cambiato musica: la salvezza dell’umanità non risiede in qualche ammasso di ingranaggi, ma nell’amore libero; l’istituzione del matrimonio va abolita, per lasciare spazio a relazioni sessuali senza vincoli.


Approfondimenti:

bandiera IT The Half-Made World su Amazon.it
bandiera EN The Half-Made World su gigapedia library.nu
bandiera EN Thunderer su Amazon.com
bandiera EN Thunderer su gigapedia library.nu
bandiera EN “Lightbringers and Rainmakers”, un racconto ambientato nell’Half-Made World
bandiera EN Felix Gilman su Wikipedia

bandiera EN John Murray Spear su Wikipedia
bandiera EN Articolo del Fortean Times dedicato alla vicenda di Spear
bandiera EN Passing Strange su Amazon.com (un capitolo di questo libro è dedicato al Messia Meccanico)

bandiera EN Kyuubey sulla wiki di Madoka Magica

 

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Una ragazza, una fatina e il negozio del rigattiere

Locandina di Recettear Titolo originale: Recettear: An Item Shop’s Tale
Sviluppatore: EasyGameStation

Anno: 2007
Nazione: Giappone
Lingua: Giapponese
Traduzione in lingua inglese: Carpe Fulgur (2010)

Piattaforma: PC/Windows
Genere: Action RPG, Manageriale, fatine

Breve recensione per un videogioco che mi ha deliziata l’estate scorsa: Recettear: An Item Shop’s Tale.

* * *

Recette è una ragazzina dal cuore d’oro, sempre ottimista e pronta ad aiutare il prossimo. Vive spensierata finché un giorno non si presenta da lei una fatina, Tear. La fatina è la rappresentante di una società di riscossione debiti: il padre di Recette, prima di sparire, non ha saldato tutti i conti; se la ragazzina non paga, la società le porterà via la casa.
Recette è disperata, Tear allora le propone un accordo: trasformare il primo piano della casa in negozio e con i guadagni appianare il debito. Le due aprono l’item shop del titolo.

Recettear è un misto tra action RPG e manageriale. Da un lato occorre gestire il negozio (contrattando sui prezzi, scegliendo quali merci esporre, cambiando arredi e decoro per attirare la giusta clientela, ecc.), dall’altro si può scendere nelle profondità dei dungeon a cercare oggetti unici dal valore inestimabile.

La storia procede su due piani: lo scopo immediato è mettere assieme ogni settimana abbastanza soldi per pagare la rata del debito; oltre a quello c’è il mistero dei dungeon viventi e della società per cui lavora Tear, società che ha mire ben più sinistre che non rubare la casa alle ragazzine orfane.

Presentazione di Recettear

Recettear è stato sviluppato da una piccola software house giapponese, EasyGameStation, già nota in Occidente per un RPG hack’n’slash con protagoniste una ragazza e una fatina: ChantElise.

Considerate le modeste dimensioni di EasyGameStation, non stupisce la semplicità della grafica. Non tutti possono permettersi investimenti milionari per abbagliare i gonzi con gli effetti speciali.
La grafica di Recettear è un 3D molto semplice a livello della prima PlayStation. In compenso il gameplay è divertente e coinvolgente, la musica non è male e la sceneggiatura è notevole – narrativa scritta meglio della media del fantasy librario, non solo italiano.

I dialoghi sono spiritosi e ben calibrati. Il contrasto tra l’ingenua Recette e la cinica Tear è sempre fonte di un sorriso, senza che mai le battute scadano nel ridicolo o nel forzato.
Anche gli altri personaggi sono tratteggiati con abilità, in particolare Louie, giovane avventuriero sfortunato che sarà sfruttato senza pietà dalle nostre due eroine.

Infatti le parti pericolose dell’avventura (esplorare i dungeon) non sono affrontate in prima persona da Tear e Recette: le due affittano avventurieri per l’occasione e seguono a distanza protette da un campo di forza invisibile. Louie è il primo avventuriero reclutabile, ma nel corso del gioco se ne possono incontrare altri con caratteristiche diverse (maghi, arcieri, gente che preferisce menare a forza di pugni, ecc.) Alcuni di questi avventurieri hanno una storia misteriosa alle spalle – come la ladra Charme – che si svelerà pian piano.

Screenshot di Recettear
Recette, Tear e Charme

I dungeon sono semplici labirinti generati in automatico (perciò ogni volta che si scende cambiano configurazione, è interessante notare che nel gioco verrà fornita una spiegazione a questo fatto). Ogni cinque livelli si deve affrontare e battere un boss – un mostro particolarmente rognoso – per proseguire nella discesa.

Oltre ai classici tesori nelle ceste, uccidendo le creature che popolano i dungeon si recuperano ingredienti rari. Con i giusti ingredienti e la dovuta esperienza, si possono fondere oggetti unici. Spade, lance, elmi, scudi, mantelli, calzature, talismani con cui equipaggiare gli avventurieri o da vendere a prezzi esorbitanti.

Il problema dei dungeon è che ogni discesa porta via mezza giornata. Mezza giornata durante la quale Tear e Recette non possono accudire il negozio e dunque non si guadagna niente. Una mezza giornata sprecata può significare mancare il pagamento settimanale e beccarsi il game over. D’altra parte è difficile far soldi in fretta solo comprando dai grossisti e rivendendo al dettaglio, i tesori recuperati dai dungeon fanno la differenza.

Il gioco però non costringe a nessuna strategia predefinita: in teoria è possibile ripagare il debito senza mai scendere nei dungeon, se si è particolarmente bravi e fortunati nella gestione del negozio. Così come si può passare la maggior parte del tempo nelle profondità dei dungeon, a patto di tornare vivi con i tesori.

Screenshot di Recettear
Un “dungeon” tra gli alberi

E se le cose vanno male, il game over non è mai definitivo: quando già Recette si vede costretta a vivere in uno scatolone sotto un ponte, scopre che è tutto un sogno. Il gioco riparte dal giorno 1 ma con l’inventario accumulato in precedenza. Potendo ripartire con i magazzini già pieni il secondo giro risulta molto meno impegnativo.
Recettear non è un gioco difficile. Presa la mano sui meccanismi non si hanno problemi a pagare rate altissime. Sono le prime due-tre settimane le più dure: si sta ancora imparando ma la fatina strozzina pretende i soldi lo stesso.

Screenshot di Recettear
Recette è costretta a decisioni drastiche

Pur essendo Recettear un’esclusiva per PC, l’interfaccia è la tipica interfaccia a menu degli JRPG per console. Si può usare tastiera o joypad, non è supportato il mouse. Il joypad è meglio, ma anche la tastiera è adeguata. Il ritmo non è alto e nei dungeon l’azione non è mai frenetica.

Recettear è un gioco molto vasto: oltre 500 oggetti unici da trovare o fondere, 8 avventurieri da reclutare (e tanti altri personaggi con cui parlare), 6 dungeon (uno dei quali con 100 livelli!), una moltitudine di mostri e boss.
Purtroppo qui risiede anche uno dei pochissimi difetti: la lunghezza dell’avventura è stata calibrata male. Si può ripagare per intero il debito e dunque “vincere” esplorando solo una piccola parte del mondo di Recettear. È vero che una volta completato il gioco si può continuare a giocare, ma senza lo stimolo del debito non si è pungolati a proseguire con la stessa passione. È come giocare un FPS con il god mode inserito.

L’altro difetto è che nei dungeon non si può salvare. E non si può tornare in superficie quando si vuole: le porte magiche per tornare in città appaiano solo ogni cinque livelli, sconfitto il boss. Cinque livelli a mappa casuale con boss finale significano dai 10 minuti all’ora di gioco. Dà molto fastidio buttare un’ora perché si è costretti a lasciare il PC e il gioco non ti permette di salvare.
Infine, non sarebbe stato male se tutti i dialoghi fossero stati recitati, invece succede solo per alcune battute. Ma questa è una piccolezza.

Screenshot di Recettear
Uno dei Boss più feroci

Nel complesso un gioco che sprizza kawaii da tutti i pori. Più vario e interessante di quanto non sembri. Un gioco con un ottimo gameplay, il tipo di gioco che inizi a giocare il pomeriggio e quando risollevi gli occhi è notte fonda. “Oh, be’, solo un’altra discesa nel dungeon e poi vado a letto.” E a quel punto è mattina.

Dopo la parziale delusione di Puzzle Quest 2, Recettear mi ha rappacificata con i videogiochi. Recette & Tear si mangiano a colazione giochi costati un’infinità di più e che alla fine si rivelano mezze boiate piene di roba già vista con gameplay monotono (tanto per non fare nomi, penso ai recenti Mafia II e Front Mission Evolved).

* * *

Qualche consiglio per gli aspiranti rigattieri!

Icona di un gamberetto Non tirate sul prezzo. Ogni volta che vendete un oggetto guadagnate 10 xp, 15 se il prezzo era vicino a quello desiderato dal cliente, 30 se il prezzo era precisamente quello che si aspettava il cliente. In più guadagnate un bonus (just bonus) che raddoppia a ogni vendita – se riuscite a vendere senza mercanteggiare. E il just bonus arriva fino a 128. 128, più di dodici vendite “normali”!

Screenshot di Recettear
Il negozio poco prima dell’apertura

Perciò vendete pure con un aumento minimo sul prezzo di acquisto (meno del 15%), il cliente sarà sempre felice – be’, quasi, ogni tanto entra in negozio della gente che pretende, pretende, pretende e non ha mai soldi – e voi scalerete il just bonus. Così si può salire di livello in un solo giorno, con tutta una serie di benefici.
Se invece state lì ogni volta a contrattare magari spuntate di più, ma non prendete mai il just bonus e salite di livello molto più lentamente. Alla lunga non conviene.

Icona di un gamberetto Concentratevi su un solo avventuriero. Finché il debito incombe come una mannaia non avete tempo per far salire di livello tutti gli avventurieri. Ed è un suicidio affrontare i livelli più profondi dei dungeon se non avete gente preparata. Perciò “coltivate” un solo avventuriero, quello con cui vi trovate meglio (data la durata del gioco, non avrete molta scelta: Louie, Charme o al massimo Caillou. Già Elan, Tielle o Griff si possono reclutare solo troppo tardi).

Icona di un gamberetto Ogni volta che visitate il mercato o il pub o la chiesa, ecc. sprecate un quarto di giornata. Il che significa che se prima passate dal mercato e poi scendete nel dungeon sprecate 3/4 del giorno. Se invece andate direttamente al dungeon senza tappe prima usate solo mezza giornata e potete scendere due volte di fila nello stesso giorno.

Icona di un gamberetto Pensate bene a cosa fare degli ingredienti: all’inizio li ho conservati tutti sperando di accumularne abbastanza per fondere gli oggetti più cool. Ho tenuto inutilmente fermo un enorme capitale. Certi ingredienti sono molto preziosi, conviene venderli direttamente, specie se i soldi scarseggiano. Meglio l’uovo subito che la gallina domani.

Icona di un gamberetto Quando giungono annunci che una tipologia di merce è scesa o salita di prezzo, si intende che ha dimezzato o raddoppiato il prezzo. Correte subito dal grossista di fiducia (la gilda o il mercato) a comprare gli oggetti a prezzo dimezzato! Quando il prezzo torna normale, potrete rivenderli con grosso guadagno. Se poi avete un colpo di fortuna e il prezzo non solo si normalizza ma aumenta, farete i soldi sul serio. “Capitalism, ho!” come dice Recette.

Screenshot da Recettear
Capitalism, ho!

Recettear è disponibile via Steam al prezzo di 14,99 euro. Oppure ci si può rivolgere ai simpatici pirati:

Recettear.An.Item.Shops.Tale-TiNYiSO (~562MB, 40 file rar da 15.000.000 bytes + .sfv e .nfo. Nome del primo file: t-recett.rar)

Altre release funzionanti:
Recettear.An.Item.Shop’s.Tale.v1.105.Full-THETA
Recettear.An.Item.Shops.Tale.RIP-Unleashed

Opinione dell’Osservatorio Fatine

Recettear è un’opera coraggiosa. Pur ambientata in un mondo fantasy, non ha paura ad affrontare tematiche della massima serietà, in particolare l’integrazione fra le fatine e la società umana. Sfidando apertamente i mastini del Complotto, gli autori raccontano senza peli sulla lingua quello che è realmente accaduto: la persecuzione delle fatine. Nero su bianco, in dialoghi che faranno accapponare la pelle a chiunque leggerà senza farsi influenzare da menzogne e pregiudizi.
Le fatine sono inoltre mostrate più intelligenti degli esseri umani, e questo corrisponde a verità. Così come ha precise radici storiche il modello dell’agenzia, ovvero di un ente intermedio che regoli i rapporti di lavoro tra Piccolo Popolo e aziende di proprietà umana.

La fatina Tear
La fatina Tear

L’Osservatorio Fatine esprime un giudizio positivo su Recettear: An Item Shop’s Tale e lo consiglia a ogni amante delle fatine.

* * *

Avete avvistato una fatina? Segnalatelo nei commenti o via mail, scrivendo a osservatorio.fatine@gmail.com. Ma prima consultate le linee guida dell’Osservatorio, indicate in questo articolo.


Approfondimenti:

bandiera JP Sito ufficiale (giapponese)
bandiera EN Sito ufficiale (inglese)

bandiera EN Recettear su Steam
bandiera EN Recettear su Wikipedia

bandiera EN Recettear Wiki: attenti agli spoiler!

bandiera EN La recensione di RPGamer

bandiera IT La pagina dell’Osservatorio Fatine

 

Giudizio:

Funziona egregiamente anche su hardware vecchio… +1 -1 …ma la grafica non è granché.
Personaggi simpatici. +1 -1 Non si può salvare nei dungeon.
Ottima sceneggiatura. +1 -1 Lunghezza dell’avventura calibrata male.
Gameplay che tiene incollati al monitor. +1
Un sacco di cose da fare. +1
Approvato dall’Osservatorio Fatine. +1

Tre Gamberi Freschi: clicca per maggiori informazioni sui voti

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Funghi assassini!

Copertina di Finch Titolo originale: Finch
Autore: Jeff VanderMeer

Anno: 2009
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Editore: Underland Press

Genere: New Weird/Fantascienza con contorno di funghi
Pagine: 320

Dopo vent’anni di guerra civile, la città di Ambergris è in ginocchio. Ma il peggio deve ancora venire: dal sottosuolo emergono i “gray cap”, i “cappelli grigi”, e conquistano la città.
“Cappelli grigi” è il nomignolo che gli umani hanno dato a una specie di enorme fungo senziente e deambulante. Non si tratta di champignon: i “cappelli grigi” sono funghi capaci di sventrare le loro vittime a zampate; funghi in possesso di una sofisticata tecnologia basata sull’uso di spore. Tecnologia che mette loro a disposizione una vasta gamma di armi biologiche e di altre diavolerie.

Sono passati sei anni dall’inizio dell’occupazione. I cappelli grigi tengono sotto controllo la popolazione con il terrore. Chi si ribella finisce nei campi di lavoro o giustiziato. Edifici e palazzi sono abbattuti per far posto alle dimore organiche dei funghi. L’aria è ancora satura delle spore usate durante i combattimenti: se non si presta attenzione a cosa si respira o a dove si mettono le mani ci si può infettare, con il rischio di trasformarsi in abominevoli uomo-fungo.

John Finch, dopo aver combattuto per Casa Hoegbotton durante la guerra civile, è stato reclutato dai funghi nella polizia. Vive nella paura che i funghi siano scontenti del suo operato o che i pochi ribelli che ancora resistono all’occupazione gli facciano fare una brutta fine accusandolo di essere un collaborazionista. Uniche soddisfazioni nella vita la sua lucertola, il suo gatto, e la misteriosa Sintra, la donna di cui Finch è innamorato.
La storia si apre con Finch chiamato a indagare su un doppio omicidio: un uomo e un fungo trovati morti in circostanze poco chiare.

* * *

L’idea alla base del romanzo – i funghi assassini – ha nobili origini nel racconto “The Voice in the Night” pubblicato nel 1907 da William Hope Hodgson, il celebre autore di The House on the Borderland e The Ghost Pirates. Racconto che ha ispirato anche uno dei più grandi film di tutti i tempi: Matango!

Trailer americano di Matango

D’accordo, sono stata un pochino ironica. chikas_pink32.gif Ma Matango rimane un film divertente e i funghi assassini sono un’ottima trovata.
Finch con i suoi funghi incarna quello che mi piace nel fantasy, nel buon fantasy: vedere come idee bizzarre, fantasiose, non-mi-sarebbero-mai-venute-in-mente acquistino concretezza. L’impossibile diviene realtà, se l’autore è bravo. Jeff VanderMeer lo è: alla fine della lettura l’esistenza dei funghi assassini pare più credibile di quella di elfi, lupi mannari, vampiri e cliché vari.
Ammetto che i funghi non arrivano a suscitare sense of wonder, e in alcuni passaggi mi sarebbe piaciuta una dose ancora più massiccia di weird, lo stesso siamo una spanna sopra la media (internazionale) della fantasia.

Finch è il terzo romanzo ambientato nella città di Ambergris[1], dopo City of Saints and Madmen (qui la segnalazione) e Shriek: An Afterword. La storia però è autoconclusiva e autonoma: si può leggere tranquillamente Finch senza aver letto i precedenti romanzi. È vero che si perderanno alcuni riferimenti, ma niente di vitale.

Ambientazione

La città di Ambergris che marcisce soffocata dai cappelli grigi è resa con maestria. Gli edifici attaccati dalla muffa e invasi da colonie di funghi; la gente che si trascina per le strade a capo chino, maschera antispore sulla faccia; quelli invece infettati e ridotti a creature metà fungo metà uomo nascosti in appartamenti in rovina; la fame, la paura, le sinistre (blasfeme, orribili, repellenti, ripugnanti) torri che i funghi stanno costruendo e che incombono sul paesaggio. È tutto molto bello!

VanderMeer mescola senza sbavature una premessa che a primo acchito suona ridicola o stupida (i funghi) con un’atmosfera cupa. In più ci riesce senza sbrodolarsi: il romanzo sono 320 pagine. Una brillante dimostrazione del fatto che se sai scrivere non hai bisogno di una doppia trilogia da 5.000 pagine per delineare bene un’ambientazione originale.

I funghi ti spiano
I funghi sorvegliano giorno e notte

Ambergris è permeata, infettata, dalla tecnologia fungina. Non sempre le invenzioni dei funghi si rivelano originalissime, ma nel complesso svolgono egregiamente il loro lavoro.
Un piccolo assaggio, la posta interna del dipartimento di polizia:

bandiera EN Mid-afternoon. A soft, wet, sucking sound came from the memory hole beside his desk. Finch shuddered, put aside his notes. A message had arrived.
Some detectives positioned their desks so they could see their memory holes. Finch positioned his desk so he couldn’t see it without leaning over. Tried never to look at it when he walked into the station in the morning. Still, the memory hole was better than the dead cat reanimated on Skinner’s doorstep, message delivered in screeched rhyming couplets. Or the mushroom that walked onto Dapple’s desk, turning itself inside out. To reveal the message.
Exhaled sharply. Peered around the left edge of the desk. Glanced down at the glistening hole. It was about twice the size of a man’s fist. Lamprey-like teeth. Gasping, pink-tinged maw. Foul. The green tendrils lining the gullet had pushed up the dirty black spherical pod until it lay atop the mouth.
[...]
Finch leaned over. Grabbed the pod. Slimy feel. Sticky.
Tossed the pod onto his desk. Pulled out a hammer from the same drawer where he kept his limited supply of dormant pods. Split Heretic’s [il fungo capoufficio di Finch] pod wide open. Spraying slime.
[...]
In amongst the fragments: a few copies of a photograph of the dead man, compliments of the Partial.
And a message.
Pulsing yellow. An egg of living paper. He pulled the egg out of the shattered pod. Began to massage it until it spread out flat.

bandiera IT Metà pomeriggio. Un suono ovattato, umido, di risucchio venne dal buco della memoria accanto alla scrivania. Finch fu scosso da un brivido, mise da parte gli appunti. Era arrivato un messaggio.
Alcuni detective avevano sistemato le proprie scrivanie in modo da vedere i buchi della memoria. Finch aveva sistemato la sua in modo da non vedere il buco a meno di chinarsi. Cercava di non guardarlo mai quando entrava nella stazione ogni mattina. Lo stesso, un buco della memoria era meglio del gatto morto rianimato che Skinner aveva trovato alla porta, il messaggio riferito in distici recitati con voce stridula. Meglio del fungo che si era arrampicato sulla scrivania di Dapple, per poi rivoltarsi le interiora. E rivelare il messaggio.
Finch esalò bruscamente. Sbirciò oltre il bordo sinistro della scrivania. Lanciò un’occhiata al buco luccicante. Era grande circa come due pugni umani. Denti simili a quelli di una lampreda. Fauci ansimanti tinte di rosa. Putrido. I viticci verdi allineati lungo la gola avevano spinto verso l’alto una capsula sferica e scura, l’avevano spinta fino alla bocca.
[...]
Finch si chinò. Afferrò la capsula. Viscida. Appiccicosa.
Buttò la capsula sulla scrivania. Prese un martello dallo stesso cassetto dove teneva la sua esigua scorta di capsule addormentate. Finch ruppe la capsula spedita da Heretic [il fungo capoufficio di Finch]. Schizzi di bava.
[...]
Tra i frammenti: alcune copie della fotografia al cadavere dell’uomo, con i complimenti del Parziale.
E un messaggio.
Pulsante di giallo. Un uovo di carta vivente. Finch estrasse l’uovo dai resti della capsula. Iniziò a massaggiarlo finché non l’uovo non si aprì e appiattì.

Ricorda un po’ eXistenZ di David Cronenberg, e per me è un complimento. Non a caso in Booklife (recensito qui) VanderMeer spiega che “rubare” idee/tecnologie/situazioni da altri media è ok. Di solito il cambio di media (per esempio appunto da film a romanzo) implica già modifiche sufficienti per schivare le accuse di plagio.

Un fotogramma da eXistenZ
Un fotogramma da eXistenZ: console biomeccanica per realtà virtuale

I funghi in sé, come creature, sfigurano un po’. Compaiono in troppe poche scene, impegnati come sono a stendere i loro piani diabolici fungini per sottomettere l’umanità. Peccato. A me stanno simpatici!

Personaggi e stile

La storia è narrata in terza persona limitata con la telecamera che segue da vicino il protagonista, Finch. La telecamera è quasi sempre nella sua testa, tanto che spesso la distanza è la stessa di una prima persona.
VanderMeer usa uno stile particolare, frasi molto brevi, omissione di articoli, verbi, pronomi. Da un lato questo modo di scrivere è ottimo per immergere il lettore nella testa di Finch, dall’altro può risultare poco “trasparente” e poco fluido. Non do giudizi tassativi perché non ho la stessa sensibilità con l’inglese che ho con l’italiano. Ho notato, leggendo le recensioni estere, che lo stile è stato più criticato che lodato.[2] Forse per i madrelingua il fastidio è maggiore.
Per un’analisi più approfondita rimando a questo articolo, nel quale disseziono l’incipit del romanzo.

John Finch è un discreto personaggio. Non memorabile. Non ho mai sviluppato vera empatia per lui e sono rimasta fredda di fronte alle sue disgrazie (e gliene capitano tante: nel corso del romanzo sarà minacciato, picchiato, torturato, tradito, accoltellato, ecc.). Ho avuto più a cuore le disavventure aziendali del protagonista di The Situation, sebbene il tono fosse meno drammatico.

In particolare mi sono stupita nel non provare niente di fronte al rapporto tragico tra Finch e l’amico/collega Wyte.
mostra la tragica amicizia ▼

Nessuno dei personaggi secondari scivola nel cliché, ma nessuno spicca. Si ha l’impressione che siano lì più per ragioni di trama che non per motivazioni loro. Menzione di disonore per Sintra, l’amante di Finch: ha la personalità di un tappo di sughero e motivazioni così vaghe che me la immagino ogni cinque minuti consultare il copione per sapere come agire.
Ethan Bliss è il solito personaggio io-so-tutto-ma-non-svelo-niente-perché-sì; il fungo Heretic avrebbe meritato più pagine; la bibliotecaria Rathven sembra nascondere chissà quali segreti, ma… mostra il segreto di Rathven ▼

Affabile Bosun, sicario che si lascia dietro piccole sculture di legno (come Gaff, il collega di Deckard in Blade Runner, lasciava piccoli origami); il dettaglio delle statuette poteva essere sfruttato meglio – il primo incontro con Bosun e le sue sculture è divertente, poi VanderMeer non riesce più a gestire il personaggio con la stessa brillantezza.

Uno degli origami lasciati dal tizio di Blade Runner
Uno degli origami lasciati dal tizio di Blade Runner

I flashback dedicati al rapporto tra Finch e il padre si potevano evitare. Troppe pagine per una sottotrama che ha importanza relativa. E quando si svela perché il padre di Finch ha agito come ha agito, la spiegazione è banale, da fiction TV.

La storia

Finch procede come un giallo. La trama segue l’indagine di John Finch nel suo tentativo di svelare chi sia l’assassino (e quale sia l’identità delle vittime). Non svelo dettagli, rovinerebbe la lettura.
Nella parte finale si ha una netta virata fantascientifica. Per molti versi Finch ha più punti in comune con un romanzo come Gli uomini nei muri (Of Men and Monsters, 1968) di William Tenn che non con tanti fantasy.

Copertina di Of Men and Monsters
Copertina di Of Men and Monsters

Non c’è magia, né ci sono elementi “irrazionali”, ogni dettaglio ha una spiegazione “scientifica”, anche se non sempre è una spiegazione granché intelligente. Perciò, per atmosfera e stramberie, Finch si può catalogare come “new weird” o “dark fantasy”, ma se qualcuno lo catalogasse “fantascienza” non sarebbe sbagliato.

VanderMeer in Italia

Elara Libri ha annunciato che tradurrà Veniss Underground e The City of Saints and Madmen. L’ultimo comunicato a proposito, del 19 settembre 2010, parla di Veniss Underground pronto per fine anno; nessuna data per The City of Saints & Madmen.

Copertina di Veniss Underground
Copertina di Veniss Underground

È una buona notizia ma non troppo. Elara Libri è una casa editrice molto piccola, in pratica senza distribuzione – i libri si possono solo ordinare al loro sito o via librerie online –, con prezzi alti e di ebook neanche l’ombra. Ho paura che VanderMeer, anche tradotto, sarà letto solo da una manciata di appassionati.
Discutibile anche la scelta di cominciare con Veniss Underground: non è un brutto romanzo, ma non è all’altezza delle opere successive.

E qui ci starebbe la tirata contro le Grosse Case Editrici™, quelle che lasciano VanderMeer a Elara e continuano a importare boiate una dietro l’altra. Come la sfilza di paranormal romance con vampiri, licantropi, angeli e gnokki vari – mi vergogno ad ammetterlo ma ne ho letti alcuni (ovviamente piratati), non valgono lo spazio che occupano sul disco rigido.
Ma tralascio la tirata per il solito consiglio: imparate a leggere in inglese. Ne vale la pena.

Conclusione

Un bel romanzo. L’ambientazione avrebbe meritato una storia più sofisticata e personaggi meglio delineati, ugualmente ho letto Finch d’un fiato con molto piacere. Lo consiglio agli amanti del new weird, ma anche a quelli che non hanno mai letto niente in questo sottogenere: è un ottimo punto di partenza; un romanzo strano ma non troppo. E lo consiglio a chi apprezza la fantascienza di invasione.
Invece gli amanti del giallo potrebbero rimanere delusi. Il finale fantastico farà storcere il naso a chi si aspetta una conclusione del caso secondo i canoni dell’indagine poliziesca.

Ricordo che Finch è disponibile gratuitamente, come da Segnalazione.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Finch’s Theme, dalla colonna sonora del romanzo, realizzata dai Murder by Death

* * *

note:
 [1] ^ Nome più che azzeccato per una città new weird. Ambergris significa “ambra grigia” e l’ambra grigia altro non è che il vomito delle balene. WTF?

Ambergris
Ambergris (non la città)

 [2] ^ In particolare Tom Holt ci è andato giù molto pesante nella sua recensione. Riguardo allo stile dice chiaro e tondo che per lui VanderMeer non sa scrivere in inglese.
La recensione di Tom Holt è dedicata a quello scribacchino-lecchino nostrano convinto che all’estero gli autori passino il tempo a baciarsi il culo a vicenda, come sono abituati a fare in Italia.


Approfondimenti:

bandiera EN Sito ufficiale del romanzo
bandiera EN Finch al sito dell’editore
bandiera EN Finch su Amazon.com
bandiera EN I primi capitoli del romanzo (PDF)
bandiera EN La colonna sonora ascoltabile/acquistabile online

bandiera EN William Hope Hodgson su Wikipedia
bandiera EN “The Voice in the Night” leggibile online
bandiera EN William Tenn su Wikipedia
bandiera EN Of Men and Monsters su Wikipedia

bandiera EN Matango su IMDb
bandiera EN eXistenZ su IMDb
bandiera EN Blade Runner su IMDb

bandiera IT Il sito di Elara Libri

 

Giudizio:

Stile particolare, immerge nella testa di Finch. +1 -1 Stile particolare, alle volte non abbastanza “trasparente”.
Gustosa idea di partenza, ottime trovate. +1 -1 Poteva essere molto più weird.
Alcuni buoni personaggi. +1 -1 Ma nessun personaggio memorabile.
Ambergris è una delle migliori città fantasy in circolazione. +1

Un Gambero Fresco: clicca per maggiori informazioni sui voti

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